| Omelia (24-08-2026) |
| Missionari della Via |
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Nel Vangelo della festa di san Bartolomeo, che Giovanni chiama Natanaele, colpisce subito la sincerità di quest'uomo. Quando Filippo gli dice di aver trovato il Messia, Natanaele reagisce senza fingere: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Non è una frase di cattiveria, ma l'espressione schietta di un dubbio. Ed è proprio questa sincerità apre la strada all'incontro con Gesù. Natanaele non resta chiuso nel pregiudizio; accetta l'invito di Filippo: "Vieni e vedi". È il cammino della fede: non capire tutto subito, ma lasciarsi incontrare. Quando Gesù lo vede arrivare, dice: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». È una frase bellissima. Gesù non elogia la perfezione di Natanaele ma la sua trasparenza, la sua purezza interiore. Non è un uomo doppio, non porta maschere. Nel testo greco si parla di un uomo "senza inganno". È il contrario dell'ipocrisia. Natanaele si presenta davanti a Dio per quello che è, senza recitare: non soltanto schietto e diretto ma sincero, interiormente aperto al bene, alla verità. Ed è questo che il Signore cerca anche in noi: non persone perfette, ma persone vere. La purezza di cuore, nel Vangelo, non è ingenuità o impeccabilità morale; è un cuore unificato, sincero, libero dalla falsità. Viviamo in un tempo in cui spesso si rischia di costruire immagini, apparenze, maschere. Anche nella fede possiamo cadere nella tentazione di mostrare agli altri una versione di noi stessi che non corrisponde alla verità del cuore. Ma Dio non si lascia impressionare dalle apparenze: guarda ciò che siamo davvero. San Bartolomeo ci ricorda allora che il primo passo per incontrare davvero Cristo non è fingere di essere santi, ma avere il coraggio di presentarci a Lui con un cuore sincero. Perché Dio può fare grandi cose soprattutto in chi non vive di maschere, ma di verità. «Chi è l'ipocrita? Nel greco antico tale termine definisce l'attore; si può essere dei bravi attori, recitare bene la propria parte, ricevere gli applausi di chi vede e ascolta, ma una volta terminata la recita, l'attore ritorna alla vita reale che è ben diversa da quella che recita sul palco. Quella dell'attore è una professione pagata e remunerata, accompagnata a volte dal successo, dalla fama, dagli onori e dalle lodi della gente. Anche il cristiano può essere un bravo attore, può "recitare" con un certo talento le parole del vangelo, celebrare belle liturgie, ben curate, fors'anche incantare e sedurre gli ascoltatori con omelie e discorsi ispirati al vangelo ma, terminata la recita, torna alla vita reale e forse nella vita reale il suo modo di agire non si ispira al vangelo. La Didaché (12,5) questo antichissimo catechismo giudeo-cristiano, dice che per riconoscere il vero profeta non si devono semplicemente valutare le sue parole, i suoi discorsi, ma vedere se "ha i modi del Signore", se si comporta come il Signore si è comportato... Scrive Origene (II-III sec.): "Nessuna cosa è bella solo per l'apparenza, come se esistesse solo in apparenza e non nella realtà. Come nei teatri gli attori drammatici non sono quello che dicono né quello che appaiono con la maschera che devono portare durante la recita, così anche tutti quelli che simulano la rappresentazione della bellezza non sono giusti, ma buffoni della giustizia"» (Lisa Cremaschi). |