| Omelia (23-08-2026) |
| don Michele Cerutti |
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Chi sono io per te? Oltre gli stereotipi Penso che se c'è un rischio che corriamo continuamente, nella nostra vita di cristiani, è quello di vivere di rendita. Di abitare una fede fatta di risposte già pronte, scritte sui libri o ripetute per abitudine, che non ci costano nulla e che, alla fine, non parlano più a nessuno. Oggi il Vangelo ci porta a Cesarea di Filippo, un luogo di frontiera, lontano dal tempio e dai recinti sacri. E proprio lì, sulla strada, Gesù fa un sondaggio. Chiede: "La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". I discepoli rispondono riportando le voci del paese, il sentito dire: dicono che sei un grande profeta, come Elia o Geremia. Va tutto bene, sono risposte stimate, ma a Gesù non bastano i sondaggi d'opinione. A Gesù non interessa cosa dice la gente in modo generico. La fede non è un'informazione teorica, non è un pacco che si riceve per corrispondenza senza aprirlo. Gesù stringe il campo, vi guarda negli occhi, sospende per un attimo il rumore del mondo e vi fa la domanda delle domande, quella che ruba il sonno e ribalta la vita: "Ma voi, chi dite che io sia?". In quella domanda c'è tutto il desiderio di Gesù di uscire dall'anonimato delle nostre formule religiose. Ci sta chiedendo: "Io, nella tua vita, che posto occupo? Che cosa c'entro con i tuoi giorni, con le tue fatiche, con il tuo modo di amare?". Non ci sta chiedendo una definizione teologica stampata su un manuale. Non gli serve che sappiamo a memoria il Catechismo se poi quel Credo non cambia il nostro modo di vivere il lunedì mattina in ufficio, in fabbrica, in famiglia o nei quartieri più difficili delle nostre città. Pietro prende la parola e dice: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". Che parola immensa: vivente. Il nostro non è il Dio dei musei, non è il Dio dei regolamenti o delle tradizioni polverose. È il Dio che respira nei drammi della storia, che cammina sulle nostre strade, che soffre nella carne dei nostri problemi e preoccupazioni. Riconoscerlo come "Figlio del Dio vivente" significa compromettersi con la vita, stare dalla parte della giustizia, difendere la legalità e scommettere sugli scartati. Eppure, subito dopo questa splendida confessione, Gesù dice a Simone: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa". Pensiamoci bene: Gesù non affida la sua Chiesa a un supereroe impeccabile, a un uomo che non fallisce mai. La affida a un pescatore fragile, che di lì a poco lo rinnegherà per paura davanti a una serva. Questa è la follia e la bellezza di Dio: Egli edifica la sua comunità sulla debolezza e non sulla presunzione della forza. La Chiesa non è una fortezza di puri arroccata contro il mondo, ma è una carovana di peccatori perdonati. È fatta di pietre vive che si riconoscono fragili ma che si fidano di Lui. Gesù vede in noi la roccia anche quando noi ci sentiamo solo sabbia, fango o macerie. La roccia non è l'insensibilità di chi non si commuove, ma è la stabilità di chi, pur tremando, rimane fedele al comando dell'amore. Le porte degli inferi non prevarranno non perché siamo potenti o perfetti, ma perché la forza di questa Chiesa sta nell'andare a raccogliere i cocci delle vite spezzate, nel farsi vicina a chi è ferito, nel testimoniare la speranza dove sembra esserci solo buio. Allora, fratelli e sorelle, la provocazione di questa domenica è diretta e non ammette scuse. Se Gesù oggi entrasse nella tua casa, nella tua cucina, mentre navighi sul telefono o mentre guardi fuori dalla finestra preoccupato per il futuro, e ti chiedesse: "Ma per te, io chi sono?", tu cosa risponderesti? Lasciamo da parte le risposte preconfezionate dei manuali. Chiediamo al Signore la grazia di rispondergli con lo stupore di chi si sente amato per primo, con il coraggio di chi si rimbocca le maniche per gli altri e, soprattutto, con l'umiltà di chi mette in gioco tutta la propria vita. |