Omelia (30-08-2026)
don Andrea Varliero
Quello che la pelle insegna

Il nostro patrono è un grande. Sinceramente non l'avrei mai scelto tra quei Dodici, avrei puntato più sui grandi nomi: Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni, Giuda Taddeo, ma Bartolomeo proprio no. Un apostolo tra quelli in panchina. Porta poi un nome che gli è stato cambiato, un soprannome come quando tutti si conoscono: Natanaele, «dono di Dio», diventa Bartolomeo, «figlio di Talmai», figlio del ricco. Quasi un gioco di parole, quasi la storia di una vita racchiusa in quei due nomi: il figlio del ricco, Bartolomeo, diviene Natanaele, dono di Dio. Due nomi che dicono di una tensione tra ricchezza e dono, tra la pretesa di salvarsi da soli e quella di perdersi, per diventare dono.
Non è mica stato tanto educato il primo incontro tra lui e Gesù, si è rasentata la maleducazione. Un dialogo teso di pregiudizio e di luoghi comuni che ben conosco: «ma vi pare mai che da Nazaret possa arrivare qualcosa di buono?», insinua agli amici, ai primi tre discepoli che avevano gridato di aver trovato il Messia a otto chilometri dal suo paese, da Cana. Provo a tradurre quell'espressione a questi nostri giorni: ma ti pare che dal Sud, che dall'Est, che dal Nord, che dall'Africa, che dalla Palestina, che da Israele, che dall'Ucraina, che dalla Russia, che dalla Cina, che dall'America, che dal paese accanto possa mai uscire qualcosa di buono? È più facile spezzare un atomo che un pregiudizio, diceva Einstein. Ebbene, il nostro patrono è riuscito a spezzarlo quel pregiudizio: ha cercato di capire, si è messo in cammino; pur con quell'atteggiamento scostante, pur con quell'aria di insofferenza, quasi sbuffando, si è incamminato da Cana verso Nazaret.
«Ecco un israelita in cui non c'è falsità», si sente dire, ancor prima di proferire parola. Non c'è maschera nel nostro patrono, è quello che è. Bartolomeo diventa così il santo protettore di quelli che dicono «io non riesco a fingere, sono così come mi vedi», di quelli diretti, di quelli che non conoscono le sfumature ma solo il bianco o il nero, di quelli la cui sincerità asfalta anche le persone. È bello essere sinceri, ma non basta. Se quella sincerità diventa un qualcosa che impedisce di capire le ragioni dell'altro; se quella sincerità è confusa con una verità granitica che è mia, solo mia; se quella sincerità è sinonimo di arroganza, allora anche il sincero è lontano. Bartolomeo si lascia interpellare, permette un cambiamento. Con quello che è, per quello che è, lascia entrare il Dio di Gesù Cristo nella sua vita, e si lascia cambiare. «Come fai a conoscermi?», «Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto sotto un albero di fico». All'ombra di un fico: luogo di meditazione della Sacra Scrittura, luogo di dialogo interiore con se stessi, luogo in cui si tocca tutta la propria fragilità, tutto il nostro peccato, tutta la nostra meschinità. Stava là, Bartolomeo, sotto al fico della coscienza che non perdona, sotto al fico del rimorso. Riprendi il passo, rialzati fratello Bartolomeo, abbi fiducia che non c'è peccato, non c'è distanza, non c'è ferita che non possa essere colmata dalla Misericordia di Dio. Vedrai il Cielo aperto, e una scala, e angeli salire e scendere. Una prospettiva del tutto nuova: non un cielo di piombo duro e chiuso, murato, ma un cielo ferito che lascia filtrare luce, che si squarcia perché il cuore di pietra possa riprendere a battere al cuore di carne, di Dio. Una scala in cui salgono e scendono gli angeli, e si mettono loro a servirci, a lavarci i piedi, un mondo aperto tra vita e morte, tra santi e peccatori, tutti lungo la scala della Croce.
Il nostro Bartolomeo è l'uomo della pelle. La pelle è il libro su cui è scritta tutta la nostra vita. Le cadute da bambini, i nostri parti, tutte le nostre stanchezze, lo stress, il dolore, le rughe degli anni che passano: tutto è scritto sulla nostra pelle. Sulla pelle affiorano tutte le nostre emozioni. È il confine tra il mondo interiore e quello esteriore, ed è la parte più intima di noi. Ringrazio di avere come patrono un uomo che mi insegna a respirare con la pelle, ad accogliere la vita in tutti i suoi mille e mille sensi, tutti capaci di Dio. Scriveva Alda Merini: «mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle, sentire gli odori delle cose, catturarne l'anima. Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo». Mi piace il nostro patrono, che insegna la pelle, a contatto con la carne del mondo.