| Omelia (19-08-2026) |
| Missionari della Via |
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La parabola degli operai della vigna racconta anzitutto un Dio che non smette di uscire incontro all'uomo. Il padrone della vigna esce all'alba, poi a metà mattina, a mezzogiorno, nel pomeriggio e perfino all'ultima ora. È un'immagine bellissima: Dio non si stanca di chiamare. La vigna, nella Bibbia, è spesso simbolo del popolo di Dio, della vita vissuta nell'alleanza con Lui. Entrare nella vigna significa entrare in una relazione viva con il Signore, lasciarsi coinvolgere nella sua opera d'amore. E ciò che colpisce è che il padrone continua a cercare operai anche quando sembra ormai tardi. Questo dice qualcosa di molto consolante: per Dio non è mai troppo tardi. C'è chi lo incontra da bambino, chi dopo anni di lontananza, chi attraverso una ferita, una crisi, una perdita, un incontro inatteso. Ognuno ha la sua "ora". E Dio continua a passare nelle piazze delle nostre esistenze, dove spesso restiamo fermi, disorientati, senza direzione. Agli ultimi operai il padrone domanda: "Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?". Non è un rimprovero duro; sembra quasi una domanda piena di compassione. Quegli uomini sono rimasti ai margini perché nessuno li ha presi con sé; e il padrone li chiama comunque. Così è Dio: non guarda soltanto ciò che abbiamo fatto o non fatto; guarda soprattutto ciò che possiamo ancora dare e diventare. Poi arriva il momento sorprendente della paga. Tutti ricevono un denaro, anche quelli arrivati all'ultima ora. Quel denaro rappresenta la salvezza, la vita nuova, l'amore di Dio donato gratuitamente. Non è una ricompensa "calcolata", ma un dono. Ed è qui che emergono le proteste dei primi operai. In fondo pensano: "Non è giusto". Perché il nostro cuore ragiona spesso secondo la logica del merito e del confronto. Dio invece ragiona secondo la logica dell'amore. Non distribuisce il suo amore facendo classifiche. Questa parabola allora ci invita a convertirci da un'immagine "contabile" di Dio. Il Signore non ama alcuni di più e altri di meno. Non è geloso della sua misericordia. Gioisce nel salvare. E forse il messaggio più bello è questo: non importa a che ora siamo arrivati; importa non rifiutare la chiamata. Anche chi pensa di aver sprecato tempo, occasioni o anni di vita, davanti a Dio può ancora ricominciare. Perché finché il padrone continua a uscire, c'è sempre speranza per qualcuno di entrare nella vigna. «Ciò che risulta insopportabile ai primi è l'uguaglianza dei salari, anzi in profondità, delle persone: loro avevano tutti i diritti, secondo la loro logica, di aspettarsi di più. Ma tu, rimproverano al padrone, "li hai fatti uguali a noi" (fecisti illos pares nobis; cioè, li hai trattati come noi). Ciò che la parabola ha di mira è la degenerazione del diritto in privilegio, in pretesa. Il gesto del padrone è sentito come scandaloso, anomalo, ingiusto, contrario agli usi, inammissibile, irricevibile. E qui emerge il proprio di questa parabola che intravede la fuoriuscita dalle logiche ferree di corrispondenza tra lavoro e paga, prestazione e retribuzione, e lascia scorgere un mondo segnato da gratuità, liberalità, generosità, da rapporti segnati non solo dal diritto, ma anche dalla grazia, dalla gratuità; non solo dal rigore del dovuto, ma anche dall'inatteso del gratuito. In cui non il merito è l'elemento che deve decidere della gerarchia delle persone, ma la bontà di Dio. La punta della parabola è evidentemente in quella rivelazione: "Io sono buono". E poiché in Mt 19,17, pochi versetti prima, si diceva che "uno solo è buono", in riferimento a Dio, è evidente l'allusione teologica della nostra parabola... Il testo ci interpella su ciò che è al cuore della nostra vita con Dio: la relazione o la prestazione? Concepire il proprio servizio a Dio come prestazione conduce a misurarlo e a confrontarlo con il servizio degli altri entrando in un rapporto di competizione. Se invece c'è la relazione con il Signore allora anche il peso della giornata di lavoro è "giogo soave e leggero" (cf. Mt 11,30) e la bontà del Signore verso tutti è motivo di ringraziamento, non di contestazione. E nemmeno di invidia. Gli operai della prima ora sono smascherati come invidiosi. E l'invidia è definita come avere "l'occhio cattivo" (Mt 20,15). L'etimologia è illuminante: in-videre, significa "vedere contro", ed esprime lo sguardo torvo di chi si chiede: "per ché lui sì e io no?"; "perché a lui come a me che meritavo di più?". L'invidia ci acceca. Se essa è l'insofferenza verso i propri limiti che ci impediscono di raggiungere quello status che vediamo realizzato in altri da noi, essa chiede di essere corretta imparando a desiderare il possibile. Nell'invidia non solo non si vede più il Dio misericordioso, ma non si vedono neppure più i fratelli e si esce dalla solidarietà con gli altri, uguali a noi» (L. Manicardi). |