Omelia (16-08-2026)
don Alberto Brignoli
Gli “impeccabili” non fanno parte del Regno...

A sentire un Gesù così scontroso come quello descritto nel Vangelo di oggi, ci viene da dire che anche lui sta soffrendo il caldo... Non si è mai visto un Gesù che ignora e addirittura risponde male alle richieste di aiuto di una persona in difficoltà. Una povera donna, straniera, si prostra dinnanzi a lui per chiedergli la guarigione della figlia indemoniata, e Gesù prima non le rivolge neppure una parola, poi - su insistenza dei discepoli - dice che egli non è stato mandato se non alle pecore perdute della casa d'Israele, e infine rivolgendosi alla donna addirittura la definisce un cagnolino, termine dispregiativo con cui gli israeliti definivano i pagani. Perché questo atteggiamento? Facciamo un passo indietro nella lettura del Vangelo di Matteo.
Gesù, moltiplicando i pani e i pesci per cinquemila persone prima, e camminando sulle acque poi, rivela alle folle e ai suoi discepoli la sua potenza. Israele ha la grazia di trovarsi di fronte a un grande profeta, ma coloro che per primi dovrebbero riconoscere in lui il Messia di Dio (ovvero farisei e scribi), nei versetti precedenti al brano di oggi si scomodano a venire addirittura da Gerusalemme per rimproverare a Gesù che i suoi discepoli "trasgrediscono la tradizione degli antichi perché prendono cibo senza lavarsi le mani".
Gesù per un po' raccoglie questa provocazione e si mette a discutere con loro. Poi capisce che è inutile stare a discutere con gente che mette l'osservanza formale delle leggi davanti a ogni cosa, anche all'amore per il prossimo, e allora pianta lì ogni discussione e se ne va lontano, in territorio pagano, ovvero nelle antiche città fenicie di Tiro e Sidone (il Libano di oggi). Lì vi abitano i Cananei, ma anche qualche israelita esiliato, le cosiddette pecore perdute della casa d'Israele: si trattava di appartenenti al popolo della salvezza che avevano deciso di lasciare (o addirittura erano stati costretti a lasciare) il territorio d'Israele perché non si sentivano più in totale comunione con i loro fratelli di fede, soprattutto con le autorità di Gerusalemme, troppo legate al tempio e a tutte le leggi ad esso connesse. Gesù non è mai passato e non passerà più una seconda volta in quel territorio straniero: per quei fratelli esiliati si tratta veramente di un'occasione più unica che rara. Nessuno, tuttavia, pare cogliere questa occasione, se non una donna straniera, una cananea, che chiede a Gesù di manifestare la sua potenza guarendo sua figlia tormentata da un demonio.
Gesù, però, tira dritto per la sua strada, intento solo ad andare in cerca delle pecore perdute della casa d'Israele. Nemmeno un grido d'aiuto, nemmeno il gesto della donna che si butta ai suoi piedi lo fermano: addirittura i suoi discepoli intercedono per lei perché la ascolti, quantomeno per evitare di fare figure in mezzo a tutti, viste le sue grida! Niente da fare: il pane della Parola di Dio di cui vive l'uomo, è per i figli d'Israele, anche se essi dimostrano di non volerne sapere. Di certo, non è cibo per gli stranieri, per i "cani", come venivano chiamati dagli ebrei.
Gesù è determinato a tirare dritto. Sennonché, avviene qualcosa che pare davvero rappresentare un cambiamento di rotta di Gesù. E ciò che più colpisce, è che questo "cambiamento" da parte di Gesù non è frutto di un'esplicita richiesta di Dio suo Padre, e neppure di una consultazione con il gruppo dei discepoli: chi fa cambiare rotta a Gesù è una donna, straniera, che forse nemmeno sa come le siano uscite quelle parole così forti e così astute, pronunciate riprendendo l'offensiva comparazione di Gesù, al quale comunque dà ragione, dicendo "È vero, Signore: eppure, i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni". Lei sa di trovarsi di fronte a un uomo potente in parole e opere, al punto che lo chiama "Figlio di Davide", ovvero "Messia" Sa per certo pure che lei è straniera, cioè fuori dal discorso della salvezza, perfettamente consapevole di appartenere ai "cani". Ma lei non ha alcuna pretesa in senso contrario: continuerà a rimanere un cane, una scomunicata, una privata della salvezza: proprio per questo, non chiede chissacché, si accontenta delle briciole di pane che i figli dei padroni lasciano indietro. A lei poco importa che i figli dei padroni facciano avanzare dodici ceste di pane o piccoli frammenti di cibo: lei sa che anche solo una briciola di quel pane di salvezza che è Gesù servirà a sfamare la sua sete di salvezza, la guarigione di sua figlia.
È l'unica volta in tutto il Vangelo in cui qualcuno riesce a far cambiare idea a Gesù; ed è l'unica volta nel Vangelo di Matteo nella quale Gesù addita una straniera a modello di fede per il popolo dei credenti d'Israele. Gesù si lascia sconvolgere, quasi "convertire" dalla fede di una donna "ufficialmente" non credente, mentre coloro che si proclamavano difensori della genuina fede d'Israele, non sono stati capaci di convertirsi dalle loro visioni legaliste, formaliste, regionaliste e tradizionaliste con le quali catalogavano Dio e i fratelli. A voler vedere... spesso, neppure noi siamo di meno dei farisei.
Quante volte, come i farisei, rinchiudiamo la fede in una serie di precetti, compiuti i quali ci sentiamo autorizzati a non fare più nulla, se non addirittura a tralasciare evidenti e necessarie opere di carità? Quante volte anche noi facciamo coincidere la fede con la messa domenicale e qualche altra occasionale "devozioncina"? Quante volte anche noi giudichiamo coloro che sono fuori dalla comunione piena con la Chiesa come dei "diversi", degli "indegni", dei "peccatori pubblici" e impediamo loro di accedere all'incontro con Cristo, come se noi ne avessimo l'esclusiva? E ciò che più fa male, è che il più delle volte non accettiamo nemmeno di rivedere questa nostra ottusa mentalità, ritenendola giusta e secondo i "canoni" della religione e della tradizione!
Ma se anche Dio "si converte" di fronte a una fede pura, vera, sincera nonostante la sua presunta "irregolarità", chi siamo noi per evitare di ricrederci? Chi ci autorizza a pensare che chi è fuori dalla Chiesa vi deve rimanere sempre e comunque? Chi siamo noi per giudicare e condannare il cuore dell'uomo, se nemmeno Gesù nostro Maestro si permette di farlo?
Dio ci liberi dalla presunzione di credere in lui in maniera impeccabile e discriminatoria!