| Omelia (15-08-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Pellegrino alle tre tombe di Santa Maria Ti cerco Maria: come un pellegrino antico, mendicante di vita, metto lo zaino in spalla e vado a cercare la tua tomba, dove hai posato la testa stanca e vissuto l'ultimo respiro. Mi fermo ai piedi del Monte degli Ulivi, scendo una cinquantina di scalini, entro nella caverna scavata nella roccia. Lì, vicino all'orto della notte dell'angoscia, tra ulivi di silenzio, di tradimento e di paura, tu riposi. È la Chiesa ortodossa della Dormizione, tra profumi di rose e candele che illuminano icone vibranti di oro, tra incensi e preghiere, dove tu ti sei addormentata. Lì incontro la morte come un sonno, un riposo, un addormentarsi. Non è per niente tragica, allora. Non è un'ingiustizia, e neanche una cattiveria gratuita, non la indichi come una punizione meritata. Fa parte della vita, come il ciclo del sonno e della veglia, come l'addormentarsi ogni sera e risvegliarsi ogni mattino. Fa parte dell'universo mondo, scritta dentro di noi fin dalla nascita. Tu fai della morte una sorella. Ora i piedi salgono: vanno in fretta all'altra tomba, quella vicina al Cenacolo; si inerpicano sugli scalini che portano al Monte Sion, il punto più alto di Gerusalemme. Lì trovo una chiesa teutonica, copia della cattedrale di Aquisgrana, dove vivere il rito dell'incoronazione. Lì è incoronata la Regina dei salmi: è Lei, Maria, corpo di ebano e avorio. Lì incontro la morte come luogo di comunione. Sarà la vicinanza al Cenacolo, sarà il motivo del cerchio che tutti abbraccia, sarà il percepire ancora il vento della Pentecoste e il sapore del Pane spezzato. La morte come comunione con tutti i miei cari, comunione dei santi, come Amore che mai potrà morire, perché le grandi acque non possono spegnere l'amore. Tu fai della morte una comunione. Il viaggio continua: devo uscire da Gerusalemme, imbarcarmi a Giaffa, costeggiare il Mediterraneo, salire su fino alla città della dea bellezza, Efeso. Lì il discepolo amato e la Madre hanno realizzato le ultime parole rantolate da una Croce: donna, ecco tuo figlio; figlio, ecco tua madre. Devo salire in alto, su un monte profumato di resine di pini marittimi e di vento, per incontrare la sua tomba. Mi riporta al cuore un altro monte, altrettanto bello, quello della Trasfigurazione. La morte come trasfigurazione, come una nuova luce. Tu fai della morte una trasfigurazione. Pablo J. Luis Molinero scrisse nel 1980 un racconto che assomiglia tantissimo a questo giorno di Madre e di vita: nel ventre di una madre c'erano due bambini. Uno ha chiesto all'altro: «Ci credi in una vita dopo il parto?». «È chiaro. Deve esserci qualcosa dopo il parto. Forse noi siamo qui per prepararci per quello che verrà più tardi». «Sciocchezze, non c'è vita dopo il parto. Che tipo di vita sarebbe quella?». «Io non lo so, ma ci sarà più luce di qui. Forse noi potremo camminare con le nostre gambe e mangiare con le nostre bocche. Forse avremo altri sensi che non possiamo capire ora». «Questo è un assurdo. Camminare è impossibile. E mangiare con la bocca!? Ridicolo! Il cordone ombelicale ci fornisce nutrizione e tutto quello di cui abbiamo bisogno. Il cordone ombelicale è molto breve. La vita dopo il parto è fuori questione». «Beh, io credo che ci sia qualcosa e forse diverso da quello che è qui. Forse la gente non avrà più bisogno di questo tubo fisico». «Sciocchezze, e inoltre, se c'è davvero vita dopo il parto, allora perché nessuno è mai tornato da lì? Il parto è la fine della vita e nel post-parto non c'è nient'altro che oscurità, silenzio e oblio. Lui non ci porterà da nessuna parte». «Beh, io non so, ma sicuramente troveremo la mamma e lei si prenderà cura di noi». «Mamma? Tu credi davvero a mamma? Questo è ridicolo. Se la mamma c'è, allora dov'è ora?». «Lei è intorno a noi. Siamo circondati da lei. Noi siamo in lei. È per lei che viviamo. Senza di lei questo mondo non ci sarebbe e non potrebbe esistere». «Beh, io non posso vederla, quindi è logico che lei non esiste». «A volte, quando stai in silenzio, se ti concentri ad ascoltare veramente, si può notare la sua presenza e sentire la sua voce da lassù». Maria, io credo alla vita dopo il parto, io credo nella vita più forte di ogni morte. Credo perché tu sei la prima ad essere nata in Dio. Tu sei esperta di maternità e di verginità, sei esperta di vita. L'hai custodita e amata come non mai, la vita. Tu sei la prima di tutti noi, sei chi siamo destinati ad essere. Fratelli. Comunione. Trasfigurazione. Tutte e tre le tue tombe, Maria le ho trovate vuote; o meglio, sono fiorite. La morte è stata svuotata, la vita in te è rifiorita. «L'ombra ora risplende della luminosità del Paradiso, tu compi il tuo esodo sotto il sole dell'estate, donna il cui cuore ha conservato la Parola di vita». Insegnaci la morte, Maria; insegnaci la vita. |