| Omelia (13-08-2026) |
| Missionari della Via |
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Nel Vangelo di oggi Pietro domanda a Gesù: «Quante volte dovrò perdonare? Fino a sette volte?». Pietro pensa già di essere generoso: sette volte, nella mentalità biblica, indica una misura grande. Ma Gesù spiazza ancora una volta: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». Non è un numero da contare, ma un modo per dire: il perdono, nel cuore del cristiano, non può avere confini. Per spiegare questo, Gesù racconta la parabola del servo perdonato: un uomo ha un debito immenso col suo padrone, qualcosa di impossibile da restituire. Eppure il padrone si lascia commuovere e gli condona tutto. Il problema nasce dopo: quello stesso servo, appena uscito, non riesce a perdonare un debito piccolissimo a un suo compagno. È qui il centro del Vangelo: il servo non ha fatto davvero tesoro della misericordia ricevuta. Ha ottenuto il perdono, ma non si è lasciato trasformare dal perdono. E quando il cuore non custodisce la memoria di essere stato amato e rialzato, diventa duro verso gli altri. In fondo, noi perdoniamo davvero solo quando smettiamo di sentirci "creditori perfetti" e ci riconosciamo, prima di tutto, persone perdonate. Chi ha fatto esperienza della pazienza di Dio, della sua misericordia nelle proprie fragilità, impara lentamente ad avere uno sguardo diverso sugli altri. Chi si è scoperto perdonato e tante volte "sopportato" dagli altri, smette di essere intransigente. Non perché il male diventi piccolo o insignificante, ma perché il perdono ricevuto apre il cuore a un modo nuovo di vivere. Il verbo della misericordia, nel Vangelo, è sempre concreto: Dio "si commosse". La misericordia non è freddezza morale, ma un cuore che si lascia toccare. E Gesù ci invita proprio a questo: non trattenere per noi la misericordia ricevuta ma lasciarla passare. Forse il primo passo, oggi, è ricordare quanto siamo stati perdonati noi. Perché solo chi si scopre continuamente amato da Dio riesce, poco alla volta, a spezzare la catena del rancore e dell'indifferenza. «Perdonare non è dunque una buona azione che si può fare o non fare: perdonare è una condizione fondamentale per chi è cristiano. Ognuno di noi, infatti, è un "perdonato" o una "perdonata": non dimentichiamo questo, noi siamo perdonati, Dio ha dato la vita per noi e in nessun modo potremo compensare la sua misericordia, che Egli non ritira mai dal cuore. Però, corrispondendo alla sua gratuità, cioè perdonandoci a vicenda, gli possiamo dare testimonianza, seminando vita nuova attorno a noi. Fuori del perdono, infatti, non c'è speranza; fuori del perdono non c'è pace. Il perdono è l'ossigeno che purifica l'aria inquinata dall'odio, il perdono è l'antidoto che risana i veleni del rancore, è la via per disinnescare la rabbia e guarire tante malattie del cuore che contaminano la società» (Papa Francesco). |