Omelia (09-08-2026)
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COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura di Lucia Piemontese

Dopo aver moltiplicato i pani e sfamato le folle, Gesù ha bisogno di ritirarsi nella solitudine della preghiera. Subito, quasi di fretta, congeda tutti, nel timore che il dono del pane sia interpretato come potere terreno da sfruttare. Congeda per primi i discepoli e li deve letteralmente costringere a prendere la barca e a precederlo verso l'altra riva. Probabilmente non avevano nessuna voglia di lasciare la bella situazione che Gesù aveva creato con il miracolo, per andare in mare di sera. Tutti, come Pietro alla trasfigurazione, diciamo "Signore è bello per noi essere qui" quando l'esperienza della vita e della fede è appagante e gratificante. Ma Gesù spinge a prendere il largo, ad affrontare la traversata con i suoi rischi.
Nel racconto di oggi troviamo una forte componente simbolica. Il lago di Galilea è il "mare", realtà associata nella Bibbia al pericolo, alla violenza e alla morte; la barca è stata vista fin dalle origini come un simbolo della Chiesa, ma anche dell'esistenza; c'è il vento contrario che rappresenta tutto ciò che esteriormente o interiormente non ci fa andare avanti, ci frena o ci contrasta. E poi ci sono elementi teofanici che dicono la potenza divina, ci sono richiami al passaggio del mare al tempo dell'esodo.
Per quasi tutta la notte, Gesù è sul monte nella quiete della preghiera, mentre i discepoli sono nel "mare" sballottati dalle onde per il vento contrario: l'immagine sembra dire una distanza. Quante volte pensiamo che il Signore sia lontano nei momenti più difficili e faticosi, che si dimentichi di noi. Ma non è mai così e alla quarta veglia della notte, cioè all'alba - l'ora della risurrezione - Gesù raggiunge i discepoli, camminando tranquillamente sul mare, segno del dominio sulle forze oscure e malefiche che il mare rappresenta.
I discepoli si spaventano al vedere la figura che avanza sulle acque, pensano ad un fantasma. Succede anche a noi a volte di percepire il Signore come una presenza indistinta e labile, quando viviamo con il vento contrario: fatichiamo a riconoscerlo. La voce di Dio risuona: "Coraggio, sono io, non temete". Sono io, "Io sono", il nome di Dio rivelato a Mosè, quel nome che solo Cristo può attribuirsi e quella rassicurazione "non temere" con la quale Dio accompagna l'uomo da sempre.
Entra in scena Pietro, con tutto il suo essere, il suo carattere, il suo cammino di discepolo, il suo amore fragile che diventerà forte. Sentito che è il Signore, Pietro dice: "se sei tu, comandami di venire da te sulle acque". È una strana espressione, che si può interpretare in vari modi. Cosa vuole Pietro? Non dimentichiamo che lui, come tutti gli altri, vede un uomo, l'uomo-Gesù che cammina sulle acque ma allo stesso tempo vede qualcosa di divino. Solo Dio, infatti, "cammina sulle onde" come dice Giobbe ed è più potente dei flutti del mare, come troviamo nei salmi. Quello che colpisce è il "comandami"; l'apostolo non chiede a Gesù di farlo camminare sulle acque ma di farlo andare da Lui sulle acque. Quindi poterlo raggiungere, obbedendo al suo comando e in virtù di questo non essere inghiottito dall'abisso mortifero. Il Signore lo invita con sbalorditiva naturalezza - "vieni!" - e Pietro va e arriva da Gesù. È una scena notevole! Ci fa vedere che è possibile per il discepolo fare questo cammino, fidandosi della Parola che lo chiama e guardando intensamente il volto del Signore. Lo immaginiamo così Pietro, con lo sguardo fisso su Gesù mentre cammina sulle acque.
Poi all'improvviso la paura: Pietro distoglie gli occhi dal Signore e guarda alla forza del vento, si spaventa e comincia ad affondare. Si può camminare sul mare/male solo con il Signore, non per forza propria, non separati da Lui. E qui il grido profondo che sale dal cuore di ogni uomo quando assaggia davvero la morte: "Signore salvami!" La mano di Cristo è subito pronta ad afferrarci, come nell'icona della discesa agli inferi, e a strapparci all'abisso.
Cosa è successo in Pietro? Glielo dice Gesù: poca fede, dubbio. Già un'altra volta, in un episodio simile, era accaduto che rimproverasse i discepoli di aver tanta paura e poca fede. Erano sempre sul mare in tempesta e Lui dormiva nella barca; i discepoli terrorizzati gridarono: "Signore salvaci! Siamo perduti!". Quella volta minacciò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia. Anche questa volta la calma verrà, il vento si placherà quando il Signore salirà sulla barca. Ma l'evangelista ha voluto narrare (lui solo) l'episodio di Pietro per farci riflettere sul cammino di fede del discepolo, che deve imparare a vivere in un certo modo le avversità, le prove, i cambiamenti.
Poca fede vuol dire poca fiducia. E se la fiducia è fragile, paura e dubbio si fanno strada. Gesù rimprovera i discepoli per la poca fede proprio nelle situazioni di crisi, per indicare la necessità di un maggiore e totale affidamento a Lui.
Povertà e incertezza non fanno parte della nostra fragilità? Certo, ma il messaggio è che dobbiamo tornare e ritornare sempre con lo sguardo al Signore. Vento contrario e tempeste fanno parte della vita e della storia, personale e comunitaria; la paura e le paure appartengono alla nostra umanità (anche Gesù ha avuto paura e ha gridato): più che mai, quando ci assale la sfiducia o la mancanza di speranza dobbiamo gridare al Signore. Lui solo può portarci a vivere come umanità nuova, capace di camminare con lui e per sua grazia superando le prove e le inquietudini senza che la paura ci paralizzi. Nella Bibbia, l'ultima menzione del mare si trova nel libro dell'Apocalisse. Lì il mare perde ogni caratteristica negativa e diventa trasparente, un mare di cristallo misto a fuoco (forse simbolo delle prove attraversate) sul quale i credenti stanno ritti in piedi e cantano il cantico di Mosè e dell'Agnello, il cantico della salvezza pasquale.