| Omelia (09-08-2026) |
| don Andrea Varliero |
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La voce del silenzio nel mare in tempesta Elia, ascolta! Esci da quella caverna di rancore e di paura, di sconfitta e di solitudine, di morte dell'anima: il Signore sta per passare. Elia, ascolta oltre il vento: già lo conosci il vento fortissimo della Creazione, quel vento in faccia che ti fa percepire la firma di una Bellezza. Elia, non fermarti al terremoto: già lo conosci quel sisma che ti ha fatto tremare di infinitamente piccolo, quando le Dieci Parole sono state dette dalla voce potente di Dio. Elia, guarda oltre al fuoco: già lo conosci quel fuoco che brucia senza consumare, quel roveto che ha scoppiettato il suo Nome, «Io ci sono nella tua vita». Elia, ascolta! Una sottile voce di silenzio, il fruscio di un vento leggero, una piccola nota intima: lì sta Dio. Nella sottile voce del silenzio. Non ti faccia paura il silenzio, Elia: è il canto gentile dell'Universo. È vero, Elia: tutte le parole dicono, ma è il silenzio a toccarti. Dio nel silenzio, un silenzio abitato dalla sua voce, dalla sua presenza. Un profeta rintanato nella paura, una barca in mezzo alla tempesta. Ne conosco di barche: barche signorili ordinatamente appostate sul molo, barche di ruggine e di gasolio di pescatori, barche ferme allo stretto in attesa che i potenti si accordino, barche della speranza cariche di disperazione. Le barche sono un po' come il mondo, lo stesso traffico. La barca è un po' come la vita, si assomigliano tantissimo: è lo stesso equilibrio sempre instabile, basta un niente per affondare. È lo stesso navigare sospesi tra mare e cielo, tra morte e vita: facciamo rotta sopra al mare, sopra alla morte sempre presente. La barca è un po' come la Chiesa. Vivo la Grazia di celebrare in una chiesa meravigliosa, dono di bellezza monastica: ha il tetto che è una carena rovesciata, uno scafo che, invece di toccare il mare, tocca il Cielo. La Chiesa è una barca rovesciata, dove vita e morte sono messe sottosopra, si rimescolano. La Chiesa, ebbe a dire in una intensa Via Crucis Papa Benedetto XVI nel 2009, è una barca che fa acqua da tutte le parti, affondando tra contro testimonianze, ipocrisie e scandali. Eppure, fuori da questa barca, mi sentirei naufrago. Non è un fantasma chi si avvicina alla nave in tempesta, alla barca che sta prendendo acqua, alla vela lacerata dal vento contrario. Non è un'idea, per quanto forte. Non è un uomo virtuoso e buono, per quanto ne senta il valore. È un uomo capace di camminare sulle acque, sulla morte. E per camminare così ha avuto bisogno di togliere tutte le zavorre, tutti i «se» e i «ma», tutte le nostalgie e i rimorsi, tutte le ansie e le preoccupazioni, tutte le paure e tutte le tristezze. Ha indicato la via della leggerezza, diventando trasparenza e leggerezza, fiducia cristallina al Padre, camminando anche verso sorella morte, anche sul mare in tempesta. Quella notte di burrasca e di vento, di paura e di vento contrario, è stata una notte di Pasqua e di Resurrezione. Io sono, non abbiate paura. Pietro, di che cosa hai avuto paura? Che cosa ti ha fatto perdere l'equilibrio, che cosa ti ha fatto sprofondare giù fino a sentire l'acqua riempirti la gola? Che cosa ti ha angosciato mentre stavi camminando sopra la tempesta? Lo so, Pietro, la tua paura è anche la mia, la nostra. Tu sei la nostra pietra, il nostro fondamento, perché sei della stessa nostra pasta, la stessa mistura di coraggio e paura, di fiducia e di angoscia, di generosità e di piccineria, di dubbio e di certezza. E mentre spavaldo camminavi sulle acque come Lui, hai avvertito tutto il peso delle domande, della vita, delle preoccupazioni, del dolore, ti sei lasciato tirare giù. E mentre annaspavi, hai gridato il suo nome: Salvami! Perché qui io annego. Una mano tesa ti ha afferrato. Io ci sono, coraggio. Adesso che il mare si è calmato, come discepoli abbiamo compreso: abbiamo ascoltato la paura che genera violenza e sarcasmo, che tutto nasce dalla maledetta paura. E che la paura non si vince con le armi, né con altra paura, né con la rabbia, ma con il coraggio. E che il coraggio non ha nulla a che vedere con la spavalderia, ma è una fiducia trasparente. E che la fede non è un'idea, un progetto, una sicurezza, un dovere, ma una mano forte che ci ripartorisce ogni volta, facendoci nascere sempre di nuovo. «Verrà, forse in una sera in cui tira aria di tempesta. Quella sera, sulle nostre paure, l'amore prevarrà. Gridate a tutti gli esseri umani che nulla è compromesso della loro speranza» (Può darsi, una sera). Voglio abitare anche io questo mare in tempesta, questa fragile barca, questa paura, questo affogare, questa notte, con la sua Presenza, con la sua mano salda che mi rigenera alla speranza. E fare silenzio a tutto il rumore che angoscia. La voce del silenzio, più forte di ogni mare in tempesta. |