| Omelia (15-04-2006) |
| don Luciano Sanvito |
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Nient'altro che un raggio di luce 'La Madre delle Liturgie': la Veglia Pasquale, nella sua solennità e, diciamolo pure, la sua lunghezza che spesso si fa pesante nella partecipazione e complicata nella sua prepazione, in effetti non è altro che un istantaneo bagliore, un unico raggio di quella luce che annuncia, appunto, il passaggio Pasquale. L'accettare il buio nell'esperienza della mia vita è allora la condizione necessaria per poter accogliere l'intensità dell'incontro con questa Veglia Madre generante figli e generosa verso la famiglia umana. Per noi, uomini che ci crediamo luminosi e illuminati/illuminanti, ecco il grande rischio che in agguato ci fa coprire l'irradiazione di questo raggio, ce lo fa bloccare alle nostre false luci, alle nostre ottiche e alle nostre egoiche luminosità appariscenti, apparenti, e superficiali del momento. La Veglia è raggio di luce trafiggente le nostre egoisticità, è raggio trapassante i nostri limiti, è raggio trasformante le nostre fissità. La Veglia sveglia il buio delle nostre apatie, stuzzica l'appetito verso la grazia entrante in gioco nel mondo nuovo, mio e universale, attraverso il lume del cero pasquale, che si irradia da un punto verso il tutto: un raggio quindi universale nella sua irradiabilità. La Veglia lava e purifica nell'acqua rinnovata, rinfrescando, rinvigorendo e ringiovanendo il nostro battesimo invecchiato e incosciente, dimenticato, rivivendone ora il memoriale che lo riporta alla memoria, alla coscienza e alla vita piena e vigorosa degli anni che non hanno fine: l'eternità irradiata nella nostra umanità. Ecco perché è di vitale necessità vegliare: per rivivere il nostro passaggio dall'essere pieni della falsa luce dell'io, all'essere in grado di passare, accompagnati dal raggio della grazia pasquale, alla luce di Dio. |