| Omelia (06-08-2026) |
| Missionari della Via |
|
Nel racconto della Trasfigurazione colpisce subito un dettaglio: Gesù "prende con sé" Pietro, Giacomo e Giovanni e li conduce "su un alto monte, in disparte". La bellezza dell'esperienza di Dio nasce da qui: dall'uscire dal rumore, dalla folla, dall'abitudine. Non c'è trasfigurazione senza un "salire": la bellezza di Dio non si impone, si lascia contemplare. Sul monte il volto di Gesù "brillò come il sole" e le sue vesti divennero candide. Matteo usa immagini luminose che richiamano le manifestazioni di Dio nell'Antico Testamento. Non è una bellezza estetica superficiale: è la rivelazione della sua identità profonda. Per un istante, i discepoli vedono ciò che normalmente era nascosto: in Gesù abita la gloria di Dio. Eppure è significativo che questa luce appaia mentre Gesù sta andando verso Gerusalemme, verso la croce. Oltre a prepararli alla passione, in fondo, dice ai discepoli che dentro la consegna di sé, dentro l'amore donato fino alla fine, abita una bellezza più grande. Pietro vorrebbe fermare tutto: "È bello per noi essere qui". È la tentazione di trattenere l'esperienza spirituale, di trasformare la fede in rifugio, in emozione da custodire. Ma la nube interrompe Pietro. E dalla nube viene una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato... ascoltatelo». Qui il centro del brano cambia improvvisamente: dalla visione all'ascolto. Come se il Padre dicesse: non vi basta vedere qualcosa di straordinario; dovete imparare ad ascoltare. Ed è molto importante anche per noi. Spesso cerchiamo una fede fatta di segni evidenti, emozioni forti, consolazioni immediate. Invece il cuore della vita spirituale matura nell'ascolto. Perché la bellezza di Dio non è solo qualcosa da ammirare: è una parola da accogliere. E ascoltare il Cristo significa lasciarsi guidare dal suo Vangelo anche quando non tutto è luminoso, anche quando si scende dal monte e si ritorna nella fatica quotidiana. Alla fine, i discepoli «non videro più nessuno, se non Gesù solo». Dopo la luce, la nube, Mosè ed Elia, resta Gesù. È come se Matteo volesse condurre il lettore all'essenziale: la fede cristiana non consiste nell'inseguire esperienze straordinarie, ma nel rimanere con Lui, ascoltarlo, seguirlo. E forse qui si incontrano davvero bellezza e ascolto. Diventiamo capaci di riconoscere la bellezza autentica della vita - anche dentro le sue ferite - nella misura in cui ascoltiamo Cristo. Perché il suo Vangelo trasfigura lentamente anche il nostro modo di vedere: gli altri, il dolore, il tempo, noi stessi. Non cambia magicamente il mondo, ma illumina il cuore con una luce nuova. «La Trasfigurazione anticipa la luce della Pasqua, evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova che Cristo irradia su tutti i corpi flagellati dalla violenza, sui corpi crocifissi dal dolore, sui corpi abbandonati nella miseria... Il Redentore trasfigura così le piaghe della storia, illuminando la nostra mente e il nostro cuore: la sua rivelazione è una sorpresa di salvezza! Ne restiamo affascinati? Il vero volto di Dio trova in noi uno sguardo di meraviglia e di amore? Alla disperazione dell'ateismo il Padre risponde con il dono del Figlio Salvatore; dalla solitudine agnostica lo Spirito Santo ci riscatta offrendo una comunione eterna di vita e di grazia; davanti alla nostra debole fede, sta l'annuncio della risurrezione futura: ecco quel che i discepoli hanno visto nel fulgore di Cristo, ma per capirlo occorre tempo (cfr Mt 17,9) Tempo di silenzio per ascoltare la Parola, tempo di conversione per gustare la compagnia del Signore» (papa Leone XIV). |