| Omelia (02-08-2026) |
| don Alberto Brignoli |
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C'è un altro modo per risolvere le cose... Tutti sappiamo cosa sia la fame. Chi più, chi meno, a tutti capita di avvertire anche solo un certo languorino, oppure un vuoto allo stomaco che ci richiama alla necessità di assumere del cibo. Tuttavia, la nostra fame non sarà mai nulla, in confronto alla fame vera che c'è nel mondo. Perché noi, se avvertiamo lo stimolo della fame, bene o male qualcosa sotto i denti riusciamo ancora a mettere: circa 750 milioni di persone al mondo (il 9% circa della popolazione mondiale) non riescono, invece, ad avere assicurato nemmeno un pasto al giorno. Quindi, tutti abbiamo fame: non tutti, però, abbiamo la possibilità di soddisfare questo naturale stimolo. In realtà, il mondo avrebbe la possibilità di dare da mangiare ai propri abitanti: perché se è vero che ci sono alcune zone desertiche dove coltivare è praticamente impossibile, è altrettanto vero che ci sono moltissime altre zone del mondo decisamente fertili che vengono coltivate a beneficio di un limitato numero di persone che poi si ammala e muore, anch'esso per il cibo, ma per il troppo cibo ingerito... C'è questo circolo vizioso per il quale la gente crepa di fame perché carente del minimo necessario, mentre chi possiede la fonte di cibo - che può aiutare a saziare gli affamati - crepa a causa dell'eccessiva abbondanza. E così, a causa del cibo, muoiono l'affamato e chi ha la possibilità di saziarlo. Questa è l'umanità, schiacciata da un senso di impotenza che sa di mancanza di volontà, o di ineluttabile accettazione del destino, o ancor peggio di deliberato e diabolico disegno politico di "mantenimento" di questa situazione, come se avere degli affamati nel mondo fosse un "male necessario" perché la ruota dell'economia possa continuare a girare con criteri favorevoli solo a pochi; come se avere degli affamati nel mondo fosse una cosa che "c'è sempre stata e sempre ci sarà", magari dando anche colpa agli stessi affamati, spesso ritenuti fannulloni, senza idee in testa e senza voglia di dare una svolta alla loro vita. Come se al povero e all'affamato piacesse rimanere così... forse, invece, questa cosa piace di più a noi, quando viviamo la carità e la solidarietà come un modo per purificarci la coscienza, donando in maniera anche generosa e onesta, ma senza fare in modo che il povero e l'affamato abbiano in mano la possibilità di fare qualcosa per non esserlo più. Eh, sì: perché se anch'essi mangiano tutti i giorni come noi, poi per noi non ce n'è più; se anche loro lavorano onestamente come noi, poi di lavoro non ce n'è più nemmeno per noi; se anche loro hanno un pezzo di terra su cui vivere, poi non ce n'è più per noi... Questi pensieri, noi forse li facciamo solo tra i soliti quattro amici al bar: ma quando questi discorsi li fanno i potenti, quelli che stanno seduti intorno al tavolo delle decisioni nella sala dei bottoni, l'equazione "eliminiamo la fame eliminando l'affamato" è subito fatta. La maggior parte di noi, semplici donne e uomini della strada, ovviamente ripudia la guerra e le distruzioni di massa: e allora, il sentimento di pietà che esce dai nostri cuori - in maniera anche molto onesta - ci porta a dire: "Basta con questa massa di affamati che bussa alle porte di casa nostra: che ognuno torni a casa sua, dove bene o male riesce ancora a comprarsi qualcosa da mangiare, invece di vivere di espedienti in un altro mondo!". Quel giorno, in Galilea, il tramonto si stava avvicinando: e non era certo il caso che tutta quella gente continuasse ancora a stare addosso al Maestro, chiedendogli di tutto e di più, senza nemmeno lasciargli il tempo per riposare. Non si poteva pretendere che il Maestro, per quanto potente fosse, avesse la possibilità di dare da mangiare a tutti. La soluzione più ovvia, quindi, era la stessa di oggi, pervasa di onesta pietà: "Congeda la folla, perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare". Qui, di pane non ce n'è; la possibilità di acquistarlo, nemmeno. Abbiamo fatto tutto il possibile, il Maestro ha avuto compassione delle folle e ha guarito i malati: ora basta, ognuno a casa propria! Ma a questo modo di fare, il Maestro proprio non ci sta: "Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare". Non è così necessario rimandarli a casa loro, o quantomeno non è l'unica soluzione. Un'altra via è possibile: condividere. Che siano anche solo cinque pani e due pesci, ma da condividere. Anche se è solo miseria, ma è da condividere. Anche se è nulla, è da condividere. Il nulla condiviso fa meno paura. La miseria condivisa fa soffrire di meno. Il poco condiviso addirittura fa miracoli. Perché allora, sul lago di Galilea, il miracolo lo fece il Maestro: ma oggi, qui, nella Galilea delle Genti, il miracolo lo fa la carità condivisa, lo fa la povertà condivisa, lo fa la grazia condivisa. Non è vero che cinque pani e due pesci sono un nulla. Non è vero che non si può più fare nulla; non è vero che le soluzioni sono le guerre, non è vero che la soluzione è dire basta, non è vero che la soluzione è imparare a dire di no. La soluzione è continuare a dire di sì. Abbiamo forse paura di dire di sì all'amore di Dio condiviso con i fratelli? Facciamo parlare Paolo e la parola di Dio che egli oggi ci ha consegnato: il resto delle parole, soprattutto quelle dei potenti che parlano senza mai risolvere nulla, ci avanzano: "Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, Signore nostro". |