| Omelia (02-08-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Non è il canto delle sirene, è il canto del Pane «Com'era il canto delle sirene?», «Esattamente come vorresti che fosse, tutto quello che non vorresti aver desiderato. Era il delizioso prurito che vorresti grattare, ma è sotto la pelle e non puoi arrivarci. Quindi da delizioso diventa insopportabile. È quello che meno puoi avere. È quello che avevi già, e che hai perso. Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto. E che mi ha detto che non voglio tornare a casa veramente», risponde un Ulisse contemporaneo al compagno di viaggio nell'Odissea. Quel canto delle sirene lo conosciamo benissimo anche noi: è il canto di un desiderio ossessivo, di una brama che brucia; è il canto colmo di nostalgia, di dolore per sentirci lontani da casa; è il canto di una sete mai totalmente appagata, di una fame mai pienamente saziata. Una bulimia che tutto divora e nulla fa gustare. «Com'era il canto del pane?», Come mai mi sarei immaginato. Dopo le parole immense, dopo le parabole, è scesa la sera. Il luogo era deserto, ci siamo dimenticati persino di aver fame. Abbiamo aperto gli occhi al Cielo: tutti i bisogni, tutte le ansie e la nostra fame sono stati per un attimo sopiti. «Lasciali andare, congedali», gli abbiamo suggerito. Non sono più un problema nostro, lasciali andare. E Lui ci rispose di dare noi stessi da mangiare. Di essere noi pane per gli altri, di lasciarci sbriciolare. Tante volte questo pensiero lo vivo ancora: la mia vita come il pane, pane che viene diviso, suddiviso e condiviso. Perché la vita è cosa seminata, cresciuta, maturata, mietuta, triturata, impastata, come il pane. Perché ogni giorno che passa è un po' essersi sbriciolati per gli altri. Perché giorno dopo giorno nessuno di noi rimane pane intero, la vita ci rafferma come il pane del giorno prima. Siamo pane raffermo e sbriciolato sulla tavola dei giorni. Gli abbiamo opposto resistenza, lo abbiamo messo di fronte alla realtà: abbiamo solamente cinque pani e due pesci, nulla di più. Cinque pani e due pesci insufficienti, scarsi, inadeguati a una folla da sfamare. Come quando non ci sentiamo in grado, come quando la folla spaventa per le troppe richieste, come quando ci troviamo davanti ad un oceano di mani mendicanti difficile da contenere. Impara dalla piccola goccia, suggerisce Madre Teresa. Un piccolo bene, una piccola goccia, un piccolo pezzo di pane per la fame del mondo. Non toglierlo dalla tavola, manca all'appello del mondo. Ci ha fatto sedere sull'erba, un prato d'erba profumato di piante selvatiche, come il Pastore buono. Stavamo rivivendo pienamente tutte le parole del salmo ventidue, del buon Pastore: «Il Signore è il mio pastore, nulla manca ad ogni attesa. In verdissimi prati mi pasce, mi disseta a placide acque. Ristoro dell'anima mia, in sentieri diritti mi guida». Ha preso, ha alzato gli occhi, ha benedetto, ha spezzato, ha dato, ha compiuto la prima grande Eucarestia del Vangelo, ha coniugato i verbi che poi avremo rivissuto in una notte di Pasqua, nella sera dell'ultima cena. La prima Messa sulla riva del lago, sul bagnasciuga del mondo. Prendere, alzare gli occhi, benedire, spezzare, dare: voglio custodirli questi cinque verbi, tenerli con me. Sono verbi che mi appartengono. Mi indicano una strada diversa: al dire che non è affar mio, prendere invece in mano, essere responsabile. All'abbassare gli occhi, uno sguardo oltre. Alla parola di maledizione, la benedizione. Al voler conservare, il lasciarmi spezzare. Al chiudere la mano, il palmo aperto al donare. Amico mio, il canto del pane non è stato un miracolo di moltiplicazione, sarebbe stato unicamente un fenomeno da baraccone. Vero miracolo è stata la condivisione. Di mano in mano, di briciola in briciola, di generosità in generosità, il pane è stato sufficiente per tutti. Non manca il pane alla terra, le manca un cuore capace di condivisione. «S'io facessi il fornaio vorrei cuocere un pane così grande da sfamare tutta, tutta la gente che non ha da mangiare. Un pane più grande del sole, dorato, profumato come le viole. Un pane così verrebbero a mangiarlo dall'India e dal Chilì, i poveri, i bambini, i vecchietti e gli uccellini. Sarà una data da studiare a memoria: un giorno senza fame! Il più bel giorno di tutta la storia» (Gianni Rodari). Quel sapore di pane condiviso non ha uguale. Sette ceste ne sono avanzate. Dove si trovano adesso? Le abbiamo con noi, sono nella nostra comunità. Ogni volta che il cuore non fa conto, ma che generosamente dona, quella cesta ricompare. Ogni volta che al calcolo meschino scelgo il dono, quella cesta ricompare. Ogni volta che la libertà interiore spezza e condivide, quella cesta ricompare. Saziati. Quel giorno ci siamo sentiti saziati. Accade ad ogni liturgia attorno al Pane. Accade ogni volta che viviamo questo in memoria di Lui. Non è il canto delle sirene, è il canto del Pane. |