| Omelia (27-07-2026) |
| Missionari della Via |
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Le cose piccole hanno bisogno di una virtù quella dell'intelletto, cioè devo saper leggere la realtà per cogliere la presenza del regno di Dio. Oggi percepiamo un deficit di attenzione. Il nostro sguardo viene educato alla superficialità, a stimoli continui, non all'approfondimento, non alla meditazione. Sta diventato sempre più un fatto culturale mediato anche dalle nuove tecnologie. Oggi, infatti, si parla di un'altra intelligenza quella artificiale, che può svilupparsi come un lievito. Ci ricorda papa Leone: "Anche ciò che cresce senza misura può diventare una forma di povertà. In un ecosistema, l'armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre; nell'umano, accade lo stesso quando una facoltà pretende di farsi misura di tutto. Così l'intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l'affetto, la volontà, la dedizione e la relazione. Il potere tecnico, se non viene bilanciato, non ci rende più capaci: ci rende più soli, e più esposti a logiche di dominio e di esclusione. Non si tratta certo di opporsi all'intelligenza, ma di ricordare che essa, quando si ripiega in se stessa, dimentica di essere fatta per servire la vita e la persona umana" (Magnifica Humanitas 113). Ecco l'esaltazione dell'intelligenza a discapito dell'intelletto come dono di Dio che ci fa cogliere il valore delle cose, perché ci fa leggere dentro. Pensiamo perciò alla nostra vita e chiediamoci: so cogliere la presenza di Gesù nel mio quotidiano? Ciò che è piccolo seme o lievito nascosto nella pasta, come può essere colto nelle innumerevoli distrazioni quotidiane? Soprattutto oltre al seme buono esiste il seme della zizzania e oltre al lievito buono il Vangelo di Matteo ci mette in guardia dal lievito dei farisei e sadducei (cf Mt 16,6), che può diventare fermento di corruzione della realtà. Non tutto ciò che diventa grande e lievita può essere buono. A cosa facciamo spazio nella nostra vita? Ecco il punto, riconosciamo il regno di Dio, quando decidiamo di accoglierlo in noi, perciò lo vediamo riflesso nella realtà, sentiamo la stessa fragranza, avvertiamo lo stesso sapore. È così che i discepoli sanno discernere se quel seme è quello giusto, se quel lievito è quello dell'amore. «Il lievito scompare, e proprio e solo in questo modo può compiere la sua funzione di dare vita alla pasta [...] Essere seminato, "morire", scomparire. Questa è la dinamica del Regno, avverte Gesù. Ma egli non lo ha solo detto, lo ha mostrato mediante la dinamica pasquale della sua vita, parabola delle parabole, segno dei segni, e fornendo di conseguenza a chi vuole ascoltarlo un esempio inequivocabile [...] Si ponga mente (ma davvero!) alla vicenda terrena di Gesù: dopo un effimero successo iniziale, la sua vita e la sua predicazione sono andate incontro al rigetto, finché egli ha conosciuto un esito infamante, quello della morte di croce. Nella grande storia dell'epoca, Gesù è passato inosservato, ma la potenza del regno di Dio da lui vissuto e annunciato ha iniziato a lievitare e si manifesterà solo alla fine. Si manifesterà al prezzo di uno stile preciso, quello che Gesù stesso ha incarnato[...] Un giorno, interrogato dai farisei: "Quando verrà il regno di Dio?", Gesù rispose: "Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: ‘Eccolo, è qui!', oppure: ‘È là!'. Perché, ecco, il regno di Dio è dentro di voi (entós hymôn)" (Lc 17,20-21). Dentro di noi e in mezzo a noi, nella misura in cui ci esercitiamo in profondità e in modo creativo, ciascuno per sé ma anche insieme [..] A cercare che la nostra vita assuma sempre di più lo stile del Regno annunciato da Gesù, dunque possa essere almeno un po' paragonata a esso. Così il seme del Regno che viene, il regno di Dio che sarà manifesto alla fine, può dare già oggi qualche frutto in noi, senza che sappiamo come (cf. Mc 4,27)» (Ludwig Monti). Il santo del giorno: san Pantaleone Secondo la tradizione agiografica, diffusa fin dall'antichità in più lingue e versioni, era figlio di Eustorgio, un ricco pagano di Nicomedia, ed era stato educato nella fede cristiana dalla madre Eubula. Dopo la morte della madre, iniziò ad allontanarsi dalla Chiesa e sotto la guida del medico Eufrosino apprese l'arte medica così bene da entrare direttamente al servizio dell'Imperatore Massimiano o, secondo altre fonti e più verosimilmente, di Galerio, il quale fu prima cesare (293-305) e poi augusto d'Oriente (305-311). Il suo ritorno al cristianesimo fu merito di un sacerdote di nome Ermolao, il quale viveva nascosto per sfuggire alle persecuzioni e che ne lodò sì lo studio della medicina ma lo convinse a mettere al primo posto Cristo: «Amico mio, a che giovano tutte le tue acquisizioni in quest'arte, visto che tu sei ignorante nella scienza della salvezza?». Pantaleone convertì il padre dopo aver miracolosamente guarito un cieco con l'invocazione del nome di Cristo. Alla morte del genitore, liberò i suoi schiavi e distribuì i suoi beni ai poveri, ma l'invidia di alcuni colleghi portò alla sua denuncia all'imperatore. Questi cercò di farlo apostatare in vari modi, passando dalle lusinghe alle aperte minacce, ma non riuscendo nell'intento lo condannò a morte, bollando tutti i miracoli da lui compiuti come un'esibizione di "magia". Dopo svariati tentativi di ucciderlo, vanificati da altrettanti prodigi, la Passio riferisce che gli aguzzini riuscirono a decapitarlo solo dopo aver ottenuto il consenso di Pantaleone. Intanto, aveva implorato il perdono sui suoi persecutori e una voce dall'alto gli aveva imposto il nuovo nome di Panteleimon, che in greco equivale a "colui che di tutti ha compassione". Al di là delle versioni agiografiche talvolta abbellitive che si diffusero posteriormente, è attestata dagli scritti di Teodoreto di Cirro (c. 393-458; Graecarum affectionum curatio, Sermo VIII, De martyribus e Procopio di Cesarea c. 490-565; De aedificiis Justiniani) e dalla sua memoria nel Martirologio Geronimiano, la cui redazione originaria risale al V secolo ed è fondata su martirologi del secolo precedente. Oltre al famoso duomo di Ravello, che custodisce un'ampolla con il sangue di Pantaleone la cui annuale liquefazione fu testimoniata pure da sant'Alfonso Maria de' Liguori, diverse città vantano di possedere parte delle sue reliquie e tra queste vi è Venezia, dove il martire di Nicomedia ha goduto fin dall'epoca medievale di grande devozione e che ancora oggi ne conserva un braccio nella chiesa di San Pantalon, come i veneziani chiamano il santo. (articolo in: La nuova bussola quotidiana) |