| Omelia (26-07-2026) |
| Missionari della Via |
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Il brano del Vangelo di questa domenica si colloca nel "Discorso in Parabole" del cap. 13 di Matteo, una raccolta di parabole mediante le quali Gesù ci parla del Regno dei cieli, del modo di regnare - e dunque di agire - di Dio all'interno di una storia segnata dal male e dalla contraddizione. Queste ultime parabole rispondono a una domanda fondamentale: se Dio è misericordia infinita, qual è il ruolo della nostra responsabilità? Gesù chiarisce che il Regno richiede una decisione radicale (nelle parabole del tesoro e della perla) e un impegno costante nella giustizia e nella misericordia (nella parabola della rete). Vediamo meglio. Nelle prime due parabole sia il contadino che il mercante trovano qualcosa di inestimabile, ma le dinamiche sono differenti. Il contadino s'imbatte nel tesoro quasi per caso mentre svolge il suo lavoro quotidiano; questo sottolinea la gratuità del dono di Dio, della sua chiamata, che ci raggiunge nel "campo della nostra vita", della nostra quotidianità e, spesso, laddove non lo stiamo cercando. Sì, Dio ci viene incontro, e amandoci, desidera ancor più ardentemente di noi che lo incontriamo e, in Lui, troviamo il senso della nostra vita! Il mercante, invece, è un cercatore esperto: la sua scoperta è l'esito di un desiderio coltivato e di una ricerca appassionata. Rappresenta chi sceglie di vivere per ciò che vale, che cerca, che non si accontenta. Un dettaglio esegetico fondamentale è che entrambi i protagonisti "vendono tutto" ciò che hanno. Questo non va inteso come un sacrificio punitivo o un disprezzo per la vita precedente, ma come un investimento. Vendere i beni precedenti è finalizzato ad ottenere il "meglio" che si è finalmente trovato. Inoltre, l'uomo agisce "pieno di gioia": la gioia non è il premio finale, ma il motore, il dinamismo che accompagna, sostiene e rende possibile la decisione presente. Tutto ciò è di aiuto per interrogare la nostra vita. Se facciamo fatica a decidere per il bene o a impegnarci seriamente, se viviamo la nostra missione solo come sforzo, forse è perché non abbiamo ancora incontrato la bellezza del tesoro. O forse, stiamo rischiando di perderla di vista. La fede è sempre una risposta ad un amore che ci precede, eccede, e ci coinvolge. Uno lascia perché prima ha trovato molto di più; non c'è mai prima il nostro sacrificio, c'è sempre prima una pienezza che ci viene incontro e ci è offerta, capace di far apparire tutto il resto come "spazzatura" al confronto. Solo la gioia di un incontro personale con Cristo permette di "mollare gli ormeggi" con sicurezza. La parabola della rete chiarifica un passaggio importante: ora è tempo di "gettare le reti", alla fine verrà il tempo del giudizio. La parabola descrive una "rete a strascico" (saghéne) che raccoglie "(cose) di ogni genere", non solo pesci. Questa immagine descrive una Chiesa e un mondo dove convivono elementi positivi e negativi. Questo ci mette in guardia da ogni forma di chiusura, di classificazione, di giudizio, di settarietà. Siamo parte di una comunità universale dove nessuno è escluso preventivamente. Siamo chiamati ad annunciare a tutti, ad andare incontro a tutti, a saper accogliere tutti, accompagnando ogni persona perché possa mettersi alla sequela di Gesù, trovando la sua via. La distinzione tra ciò che è buono (o meglio "bello", kalos) e ciò che è guasto (sapra) non avviene subito, ma al compimento della storia. E sarà Dio a compierla. Si tratta di punti decisivi, al punto che Gesù chiede - e ci chiede -: «Avete compreso tutte queste cose?». PREGHIERA "Tu il tesoro, Tu la perla preziosa; O Signore, Tu hai incontrato me, non io ho trovato Te; Tu hai conquistato e afferrato me, non io ho acquistato Te; o mio Tu, io sono tuo" (Antica invocazione). |