| Omelia (24-07-2026) |
| Missionari della Via |
|
Gesù parla della parola del Regno come un seme da custodire e da accogliere. Non un insegnamento da ripetere, ma un seme da accogliere. Forse è proprio questo il principio dell'essere cristiano, l'accogliere qualcosa che viene da fuori di noi, il seme di Dio e ci porta ad essere fecondi. La vita cristiana spesso si riduce a parole da ripetere, a cose da fare, ma in realtà ciò che accogliamo e è efficace se lo viviamo. Pensiamo a san Paolo, che ci ricorda che il demonio è bravo a ripetere, a predicare, a mascherarsi: "Anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa se anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia; ma la loro fine sarà secondo le loro opere" (2 Cor 11,14-15). Anche noi possiamo essere così, operatori di male che ripetono le cose di Dio. Perciò questa parabola ci chiama a far germogliare profondamente in noi il seme del regno di Dio. Tutte le modalità superficiali di accogliere il regno, possono essere strumentalizzate dal male, che toglie il seme, che ci fa venire meno a seguito di tribolazioni o persecuzioni, che ci fa assorbire dal mondo. L'esigenza di andare in profondità, di prendere sul serio la Parola di Dio è fondamentale per essere cristiani. Se non viviamo come cristiani e non agiamo come cristiani e non pensiamo come cristiani, vuol dire che c'è qualcosa che non va. Perciò i santi ci tenevano non solo all'ascolto della Parola di Dio, ma alla pratica, alla preghiera che diventa aratro per far scendere in profondità la Parola. Anche la lettura quotidiana del Vangelo se non diventa opera di aratro che fa penetrare il seme, è dispersione. «La Parola, secondo la spiegazione di Gesù, esige un'accoglienza che si fa gelosa custodia contro "il Maligno" che "ruba" (Mt 13,19); esige costanza per evitare che la "persecuzione a causa della Parola" (13,21) segni la fine della corsa della Parola nelle profondità del cuore, trasformandosi così in una sorta di aborto spirituale; esige una provata libertà per evitare che la Parola venga soffocata dalla "preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza" (13,22). Il "frutto" (13,23) è legato alla fatica gioiosa di una comprensione non solamente teorica o intellettuale, ma che si fa accoglienza esistenziale. Poco importa la quantità, che può essere «il cento, il sessanta, il trenta per uno», ciò che importa è che la Parola non venga sprecata come un seme destinato a perire non in vista di un frutto, ma per la nullificazione delle sue possibilità. La Parola ricorda da una parte quanto la Parola abbia un'energia tutta sua, che è capace di fecondare e di moltiplicare le forze e le energie, dall'altra ci rammenta che essa è affidata alle nostre mani, al nostro cuore, alla nostra cura. Se è dunque vero che noi non possiamo fare nulla senza la forza della Parola seminata nei nostri cuori, rimane altresì vero che la Parola ha bisogno della nostra accoglienza per essere feconda e basta un piccolo - persino piccolissimo - angolo di terra buona per fare questo miracolo» (p. Michael Davide Semeraro). |