| Omelia (19-07-2026) |
| diac. Vito Calella |
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La forza della divina pazienza nel dono dello Spirito e nella Chiesa Questa domenica, Cristo, il nostro Maestro e Signore, ci parla attraverso tre parabole: la parabola del grano e della zizzania che crescono insieme nel campo fino al giorno della mietitura finale (Mt 13,24-30); la parabola del granello di senape che cresce e diventa una delle piante più grandi dell'orto (Mt 13,31-32); l'insegnamento che deriva dall'immagine della donna che mette il lievito nell'impasto per fare un pane delizioso (Mt 13,33). La realtà certa del giudizio divino sulla nostra vita terrena La parabola della zizzania e del grano, come già accaduto con la parabola del seminatore (domenica scorsa), viene interpretata dallo stesso Gesù, secondo l'ispirazione dello Spirito Santo nel Vangelo di Matteo. I personaggi (il seminatore di grano, il seminatore di zizzania, i mietitori) e gli elementi (il campo, il grano e la zizzania) sono chiaramente identificati con Gesù stesso (il Figlio dell'uomo che semina grano), con il Maligno (il seminatore di zizzania) e con gli angeli (i mietitori). Il "campo" rappresenta la realtà del "mondo" o dell'umanità; il grano e la zizzania sono figure simboliche dell'umanità divisa in due gruppi ben definiti. Nella zizzania vediamo «coloro che inducono gli altri a peccare e a praticare il male», e nel grano vediamo «i giusti che risplenderanno nel Regno del Padre loro» nell'ultimo giorno, il giorno del giudizio finale (cfr. Mt 13,37-43). In questo contesto del giudizio finale dell'umanità, la parabola della zizzania e del grano, raccontata e spiegata da Gesù, ci ricorda la parabola del giudizio finale in Mt 25,31-46. In quel racconto, i giusti e i malvagi sono identificati e separati come "pecore e capre". Ciò che in definitiva determina l'appartenenza alla specie delle pecore, e non a quella delle capre, è la scelta e la pratica di accogliere, rispettare e servire i più poveri e sofferenti durante tutta la vita terrena. In loro si identifica Cristo stesso, re e giudice universale. La sua presenza "reale e vera" nei più poveri e sofferenti è la stessa presenza "vera e reale" di Lui nella specie del pane e del vino, che diventano il suo Corpo e il suo Sangue. L'azione dello Spirito Santo compie questo mistero di fede, sia attraverso la celebrazione eucaristica nel tempio, sia nella realtà sociale in cui viviamo, al di fuori della chiesa. Il giorno della nostra morte fisica determinerà se apparterremo all'una o all'altra specie: al grano o alla zizzania; alle pecore o alle capre. La mia anima, di fronte all'infinita misericordia e fedeltà di Dio Padre, unito al Figlio nello Spirito Santo, percepirà se il compendio finale del mio pellegrinaggio terreno manifesterà la prevalenza dei frutti di «gioia e pace, pazienza e benevolenza, bontà e fedeltà, mansuetudine e autocontrollo» (Gal 5,22-23a), maturati personalmente nelle mie relazioni, frutti che glorificano un'efficace comunione con Dio e con gli altri, nella gratuità dell'amore, nonostante le mie debolezze e i miei peccati. Possa non verificarsi la seconda possibilità: che la mia anima, nel giorno della morte fisica, percepisca anche che Dio è sempre stato «misericordioso e fedele, amorevole, paziente e indulgente» (Sal 85,15) nei miei confronti. Fino all'ultimo respiro, Egli ha atteso un segno concreto di conversione. Ma, sfortunatamente, sono rimasto ostinato nel mio individualismo, nella mia arroganza di voler confidare illusoriamente nella mia forza e nelle mie capacità umane e nelle sicurezze idolatre delle cose di questo mondo. Perciò presenterò davanti al mio Creatore, Redentore e Santificatore soprattutto un fascio di zizzania, che racchiude varie o tutte le opere della carne, come testimoniato dalla Parola di Dio tramite l'apostolo Paolo: «fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregoneria, inimicizie, contese, gelosie, ire, rivalità, discordie, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose simili» (Gal 5,19b-21a). È stato vano l'avvertimento offerto da Gesù stesso, che una volta disse: «Guardatevi! Perché dal di dentro, dal cuore dell'uomo, escono i pensieri malvagi: fornicazione, furto, omicidio, adulterio, avidità, malizia, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza» (Mc 7,21-22). Nel giorno del giudizio universale, alla fine dei tempi, nell'ora della seconda e definitiva venuta di Cristo risuscitato per giudicare i vivi e i morti (parusia), ci sarà una separazione definitiva tra i giusti e gli empi, che dipende solo dal nostro Dio. Egli conosce veramente la reale qualità morale della nostra storia di vita, e ci dà anche la capacità di discernere, fin da ora, mentre viviamo la nostra vita quotidiana, se possiamo appartenere al gruppo dei giusti ed evitare di essere destinati all'inferno di sofferenza per la mancanza della comunione eterna, paragonato a un fuoco che ci brucia di tristezza e disperazione. La forza di Dio risiede nella sua pazienza e indulgenza verso gli esseri umani. La certa realtà del giudizio divino sulla nostra vita terrena non può generare in noi l'esperienza della "religione della paura", rafforzando nella nostra coscienza l'immagine di un Dio vendicativo, un contatore matematico delle nostre azioni buone e cattive. Né possiamo fare come i farisei e i dottori della Legge del tempo di Gesù, che giudicavano e determinavano chi fosse giusto o peccatore, basandosi sulla teologia della retribuzione, che predicava un Dio punitore dei peccatori e benedicente dei giusti. Il sacro autore del Libro della Sapienza era veramente ispirato nella certezza che il giudizio divino avverrà e sarà giusto per ogni essere umano. Tuttavia, la forza del giudizio di questo Dio Giudice si fonda sulla sua pazienza, sulla sua indulgenza, sulla sua sempre aperta disponibilità a concedere il perdono ai peccatori (cfr. la prima lettura nella sua interezza). La forza della divina pazienza si manifesta nel dono dello Spirito Santo e nella Chiesa. Noi cristiani ci riuniamo ogni domenica per centrare la nostra esistenza terrena su Gesù Cristo, che è stato crocifisso e risuscitato per la nostra salvezza e non per la nostra condanna. La morte e la risurrezione di Gesù hanno già compiuto la nuova ed eterna alleanza di Dio con tutta l'umanità, e l'effetto più forte di questa volontà divina di ristabilire la comunione con ogni essere umano è il perdono dei peccati. L'Eucaristia ce lo ricorda, e noi cristiani "facciamo la comunione" con «l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29.35). La prima tappa della realizzazione del Regno di Dio si è già compiuta nel mondo con la missione stessa dell'eterno Figlio di Dio. Tuttavia, il Regno di Dio non è ancora pienamente realizzato perché ci sono ancora molte persone schiave del proprio egoismo, che praticano ingiustizie, malvagità, provocano guerre e conflitti, sviate dalle tentazioni del diavolo. Come si manifesta la pazienza di Dio Padre, di fronte a tanta resistenza umana nel rispondere al messaggio del Vangelo? Come liberarsi da tanta sottomissione al Maligno, che porta alla divinizzazione dell'egoismo e delle cose di questo mondo? Il dono dello Spirito Santo La seconda lettura di questa domenica ci offre una delle pagine più belle, profonde e drammatiche dell'azione dello Spirito Santo in noi (cfr. Rm 8,26-27). È come una madre che soffre e fa di tutto per mantenere in orgine la casa del nostro cuore, cioè la nostra anima, affinché possiamo esercitare la nostra limitata libertà in funzione della nostra umile risposta alla volontà di Dio Padre e al progetto del suo regno d'amore. Il dono della Chiesa, piccolo segno e germoglio del regno, lievito nella farina Le due brevi parabole che seguono questa domenica ci invitano a scegliere di essere membri vivi della nostra comunità ecclesiale. Ogni comunità, presente nel suo contesto storico, sociale e culturale, è come un minuscolo granello di senape destinato ad attrarre più persone, affinché i valori del regno di Dio si realizzino attraverso i rapporti di fraternità e condivisione che si vivono nei gruppi e nei movimenti pastorali e in tutte le dinamiche sinodali delle nostre comunità cristiane. Quanto più ciascuno di noi, in quanto cristiani, vive responsabilmente la propria vocazione battesimale, cresimale ed eucaristica, attraverso la diaconia (il servizio) nella liturgia, nell'opera di evangelizzazione e nella cura dei più poveri e della natura, tanto più diventerà parte di quel «lievito nella farinaa» che può veramente offrire al mondo il "pane" della civiltà dell'amore, per la gloria del Padre, unito al Figlio nello Spirito Santo. |