Omelia (19-07-2026)
Missionari della Via


In questa domenica prosegue la meditazione sul capitolo 13 del Vangelo, contenente il "Discorso in parabole di Gesù". In questo momento della sua missione, Gesù vive una profonda crisi: le folle e i capi religiosi iniziano a rifiutarlo, accusandolo persino di essere indemoniato. Gesù sceglie allora di parlare in parabole non per nascondere la verità, ma per proporla con rispetto e pedagogia, lasciando che sia il cuore dell'ascoltatore, se disposto al cambiamento, a decodificarne "l'enigma".

Nella parabola del grano e della zizzania (Mt 13,24-30), il campo è il mondo dove il "Figlio dell'uomo" semina il buon seme, ma un "nemico" approfitta del sonno dei servi per seminare la zizzania (cioè il loglio, una pianta quasi identica al grano fino alla maturazione. Le sue radici si intrecciano così strettamente a quelle del frumento che estirparla prima del tempo significherebbe distruggere l'intero raccolto). Di fronte alla fretta dei servi che vorrebbero "fare pulizia" immediata, il padrone risponde con un netto: «No». Si tratta di un elemento importante. In primo luogo ci ricorda che il mondo e anche la Chiesa non sono luoghi di "perfetti", ma campi di coesistenza tra bene e male. In fondo, anche il nostro cuore è un "guazzabuglio", un impasto tra fango e cielo. Questa parola ci aiuta ad uscire da un idealismo astratto, che ci porta a vedere i credenti come perfetti, i preti come infallibili, i vescovi come "eccellenze" inarrivabili... No. Siamo tutti in cammino. Siamo tutti "lavori in corso". La Chiesa non è l'élite dei perfetti ma la comunità dei perdonati; essa è santa e peccatrice, e per risplendere di maggior bellezza ha sempre bisogno della grazia di Dio e della conversione di ogni credente. Inoltre, in secondo luogo, le parole di Gesù ci ricordano che il giudizio sugli altri non spetta a noi e non avviene nel presente. Il tempo della storia è il tempo della misericordia e della crescita lenta, dove Dio attende con "pazienza sconfinata" la conversione di ogni creatura. Se Dio non avesse pazienza con noi, chi sussisterebbe? Se Dio non avesse pazienza con me, dove sarei adesso?

Tutto ciò in fondo non riguarda solo gli altri, ma anche noi stessi. Spesso siamo i primi a voler estirpare con violenza i nostri limiti, i nostri peccati o le parti di noi che non ci piacciono. Tuttavia, Gesù ci insegna l'arte di saper sopportare l'incompiutezza. Il bene e il male non sono solo "fuori" nel mondo, ma sono mescolati all'interno delle nostre stesse coscienze. La vera sfida spirituale non è eliminare il male con un colpo di mano - operazione che spesso ci rende duri e intolleranti - ma imparare a discernere il grano dal loglio, attraversando la fragilità, curando il bene affinché diventi così forte da non temere la presenza dell'infestante. In un mondo che insegue il trionfalismo e la riuscita immediata, la meditazione su questo testo ci aiuta a guarire dai deliri di onnipotenza. Siamo chiamati a riscoprire la grandezza della piccolezza, accettando che la nostra vita sia un processo in cammino, segnato dal binomio "già e non ancora". La nostra missione non è essere giudici del campo altrui, ma diventare "frumento di Dio", offrendo pazienza a noi stessi e misericordia agli altri, certi che solo alla fine la luce di Dio rivelerà la verità piena di ogni spiga.

PREGHIERA

Signore, aiutami a coltivare con pazienza il bene che semini nella vita.