| Omelia (17-07-2026) |
| Missionari della Via |
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Gli ebrei consideravano il sabato come un limite invalicabile, un giorno sacro, intoccabile. Per questo, davanti ai discepoli che strappano qualche spiga, il loro sguardo si ferma subito sulla regola infranta. Gesù invece, come Signore del sabato, rimette ordine e ci svela qualcosa di essenziale: prima delle regole viene la misericordia, cioè l'amore profondo per gli altri. Sicuramente le regole custodiscono l'amore, ma amare viene sempre prima. Ci tiene a ribadirlo Gesù, tanto che fa loro un esempio che fa riflettere sulle conseguenze della loro rigidità: "se aveste capito questo, non avreste condannato innocenti". Gesù, infatti, ricorda loro quando in nome di principi si sono uccise persone. Anche oggi capita che si distruggano moralmente e psicologicamente gli altri per rigidità. Quando la vita pastorale diventa solo adempimento di norme da rispettare, Gesù ci richiama alla misericordia. Come facciamo ad accogliere carismi nuovi, persone diverse che arrivano nelle nostre chiese, esperienze di Dio diverse dalle nostre, senza misericordia? Quando difendiamo strutture, tradizioni, abitudini, Gesù ci ricorda che Lui è più grande del tempio. Come facciamo ad accogliere il presente e le opportunità che ci offre se rimaniamo ancorati al passato, non apriamo a chi ha bisogno le nostre case che stanno cadendo su sé stesse e sono vuote, non ci facciamo scomodare dalle nostre abitudini? Arriviamo a vivere lo stesso meccanismo nelle famiglie, in cui non si può accogliere nessuno, non si cambiare un orario o un programma altrimenti diventiamo insultanti! Succede anche quando rischiamo di giudicare chi "non osserva", Gesù ci invita a guardare la fame che c'è nel cuore. Come possiamo accogliere chi è lontano se subito gli facciamo notare che è fuori dalle nostre regole, che spesso persino ignora? Il sabato, oggi, è tutto ciò che rischia di diventare più importante dell'uomo: regole, ruoli, formalismi, perfino certe forme di religiosità. Gesù però non distrugge nulla: purifica. Riporta la fede al suo centro: Dio vuole la vita dell'uomo, non il suo sacrificio sterile. A cosa serve se facciamo attività in parrocchia e poi litighiamo e ci disprezziamo e pensiamo che in tutto ciò ci sia qualcosa di sano? A cosa servono i nostri impegni comunitari se poi sparliamo degli altri, non ci confessiamo? I nostri sacrifici senza la sua misericordia, senza imparare l'amore di Dio, sono sterili. La misericordia è la misura di Dio, che non è buonismo, quel vivere di sorrisini e ipocrisia, ma la capacità di vedere l'altro come qualcuno da amare, la cui fame viene prima del sabato. Con la misericordia proprio le regole si vivono meglio, nella loro profondità, perché prendono il loro pieno statuto di custodia del bene e non diventano paletti di un recinto soffocante. Quanti pregiudizi coltiviamo quando non partiamo dalla misericordia, quanti contesti familiari, religiosi o comunitari diventano covi di ipocrisia! Quando Gesù dice: «Misericordia io voglio e non sacrifici», non sta facendo teoria. Sta mostrando il volto di Dio: un Dio che mette la persona prima della norma, persino la fragilità prima del giudizio, la vita prima del rito. E per capire cosa significhi davvero allargare gli orizzonti della misericordia, basta guardare a chi questo Vangelo lo vive ogni giorno. È il caso delle Piccole Sorelle Discepole dell'Agnello, una comunità francese che è come una parabola vivente. Si descrivono così: "La nostra comunità religiosa è unica al mondo: unisce le vite di Piccole Sorelle normodotate e di Piccole sorelle con sindrome di Down. Insieme, possiamo rispondere all'appello di San Giovanni Paolo II: "Non abbiate paura!". In un mondo che a volte teme la vulnerabilità, noi scegliamo di celebrare la vita. Qui, la sindrome di Down non è un ostacolo, ma un cammino privilegiato verso l'Amore, che ci insegna a non temere più le vulnerabilità insite nella nostra natura umana" La loro vita diventa un commento silenzioso ma potentissimo alle parole di Gesù: la misericordia costruisce, unisce; il sacrificio sterile in nome delle regole, invece, divide e ferisce. |