| Omelia (12-07-2026) |
| don Michele Cerutti |
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Abbondanza e attesa Quante volte ci siamo soffermati su questo brano come una sorta di pietra di inciampo. Molto spesso è come uno specchio per un esame di coscienza e comprendiamo che ci ritroviamo nei terreni sassosi o soffocati dai rovi dove il seme della Parola rischia di scivolare o di essere soffocato o ancora peggio inghiottito da qualche rapace. Tutte le volte non riusciamo a comprendere come lavorare questo terreno e cercare di essere quel terreno capace di produrre frutti abbondanti. Probabilmente dobbiamo cercare di partire dal seme e comprendere la forza che ha. Il seme è la Parola, ma è prima di tutto Cristo, Parola del Padre. Questo viene immesso nel nostro terreno ed è chiamato a morire per dare frutto. Quindi possiamo collegare questa immagine a un'altra che ci offre Gesù stesso: "Se il chicco di frumento non cade nella terra e non muore rimane da solo se muore crescerà". Cristo è quel chicco di frumento che una volta morto ha prodotto il frutto. Il Padre lo ha gettato nel campo del mondo dove vi sono tutti i tipi di terreni. Egli ne ha sparso e continua a spargere i suoi frammenti. Davanti a questa abbondanza possiamo essere indifferenti, accoglienti, ma distratti oppure recettivi. Se ne comprendiamo la forza è inevitabile che lavoriamo nel terreno per avere i frutti. Molto bella questa immagine dove veniamo invitati certo a guardare la generosità del contadino che non si preoccupa dove la semente cade, ma nello stesso tempo chiamati a volgere lo sguardo sui frutti di questo lavoro. In un contesto sociale in cui siamo preoccupati a preservare le radici cristiane, Gesù ci aiuta a fare un passo più importante nel contemplare e nello stesso tempo accostarci al raccolto che esce rigoglioso: accoglienza, generosità, attenzione spirituale e materiale al fratello, correzione fraterna e tutto quello che la carità porta. Le radici non sono una realtà museale, ma una realtà che spinge ad avere cesti pieni. Un'altra immagine che ci aiuta la traiamo dalla prima lettura dove si parla della forza della pioggia che irrora la terra e che non ritorna senza avere compiuto per cui era stata inviata. Questa icona ci ricorda che i tempi non sono i nostri sono di Dio. La pioggia ha i suoi tempi per penetrare la terra. Il Padre, quindi, ha i suoi momenti e rispetta a sua volta i nostri perché non fa violenza. Carissimi nel mondo del tutto e subito Gesù ci chiede l'attesa dove le meraviglie non le facciamo noi, ma le fa Dio stesso. A noi è chiesto di cooperare, ovvero lavorare con, non essere passivi, ma ricettivi dell'abbondanza con cui Dio si riversa sull'umanità. |