Omelia (12-07-2026)
don Andrea Varliero
Tra rumore e sordità, una parola seminata

Lo pensavo un Dio diverso. Uno tutto d'un pezzo. Un controllore, un esattore, un vigile. Uno a cui rendere conto, davanti al quale trattenere il respiro mentre conta tutti i miei peccati e le mie cadute. Lo percepivo un Dio diverso. Un addormentato, un distratto e un indifferente, un estraneo alla terra, mentre io sto annegando in questa vita. Lo vivevo come un Dio diverso. Uno di cui avere paura, uno scudo potente che mi difendesse, un talismano contro le avversità, mentre io sto davanti al nemico armato di sempre.
Sulla spiaggia del mare, seduto su una fragile barca in un equilibrio instabile, sospeso tra cielo e terra, tra vita e morte, il Maestro mi narra di un Dio mai immaginato prima. Mi narra di un Divino Seminatore che esce da se stesso, per seminare. Perdipiù quel seminatore è un totale e conclamato fallimento. Ingenuo è il seminatore: dovrebbe sapere che la strada non è proprio luogo dove possa attecchire alcunché. Distratto è il seminatore: dovrebbe avere imparato dal mestiere che, in un terreno sassoso, un seme non può mettere radice. Sbadato è il seminatore: dovrebbe essere esperto che soffoca ogni tentativo di vita tra le spine e i rovi. Ti è andata bene, seminatore: su cento semi sparsi sei riuscito a raccogliere correttamente solamente un quarto di quanto che hai seminato.
Quei terreni li conosco benissimo, abitano tutti dentro di me, sono i campi della mia anima, sono le mie storie di ascoltatore. Sono io la strada, una strada di bitume che non ascolta più, che già sa tutto ancor prima che tu mi possa parlare. Sono io quella strada che impedisce all'altro di dirmi una parola diversa, una parlata nuova per ripartire insieme. La parola è mangiata dal pregiudizio, da una chiusura, da un manto di asfalto sordo, incapace di ascoltare. Sono io quel terreno di impastato di terra e di sassi, capace sì dell'entusiasmo del primo passo, eppure alla prima difficoltà, alla prima fatica, al primo ostacolo, appendo tutto al chiodo e mi arrendo. Mi distraggo e non riesco più a rimanere concentrato, incapace di ascoltare. Sono io quel terreno pieno zeppo di rovi e di spine, di preoccupazioni che soffocano la possibilità di accoglierti fino in fondo, incapace di ascoltarti. Sono io quel terreno buono, a volte capace di portare frutto: quando ascolto e quell'ascolto diventa vita, cammino e porto frutto.
Una straordinaria e contemporanea parabola sulla nostra capacità di ascoltare, di comprendere, di essere dei buoni ascoltatori in questo mondo sordo. Viviamo tempi narcisi e rumorosi, tempi di un seme soffocato da due vocali, la parola «io». Io strada, io sasso, io rovo. Scrive un filosofo coreano, Byun - Chun Han, che «la rumorosa società della stanchezza è sorda. La società a venire potrebbe invece chiamarsi una società dell'ascolto e dell'attenzione. Oggi è necessaria una rivoluzione del tempo che dia inizio a un tipo di tempo completamente diverso. Si tratta di scoprire il nuovo tempo dell'Altro» (L'espulsione dell'Altro). Come stiamo ascoltando noi stessi, il mondo, Dio? Con quale profondità diamo credito ad una notizia, piuttosto che ad un'altra? Quali strumenti abbiamo per orientarci nell'ascoltare e nel rimanere stabili in questo tempo così falsificato, estremizzato da una parte e dall'altra? Un piccolo e insignificante seme, una Parola capace di portare frutto.
La sua Parola non mi ha mai tradito, è sempre stata per me un porto sicuro e una stella polare per il viaggio. Grazie alla Parola, ho potuto conoscere me stesso in profondità, senza sconti: mi ha dato una responsabilità enorme. Come a Adamo, ogni giorno mi chiede: «Dove sei?». Come a Caino, ogni giorno mi domanda: «Dov'è tuo fratello?». Come a Pilato, ogni giorno mi interpella: «Che cos'è la verità?». Grazie alla Parola, ho potuto vivere un mondo ben oltre i confini del quotidiano, mi ha allenato ad ascoltare i fratelli e le sorelle ben oltre i limiti delle parole. Grazie alla Parola, Dio è capace di rivelarsi ben oltre i miei piccoli luoghi comuni. Grazie alla Parola, ho ascoltato la differenza tra il rumore e l'armonia. Grazie alla Parola, la liturgia si rende corpo, vivo Corpo.
Ringrazio il Divino Seminatore: non si stanca, non si arrende, non demorde! Ancora oggi esce a seminare a piene mani, nelle nostre vite piccine, per una Parola che sia vita piena, pioggia feconda, buona come il pane, seminata anche tra le lacrime, perché quello che è dolore sia trasfigurato in un parto vitale. Perché a quel Seminatore non importa se sia stato un freddo e distaccato esecutore, ma guarderà alle mie mani, se hanno portato frutto, vita attorno a me. Le parole che escono da un cuore puro non cadono mai invano, diceva Gandhi. Figurarsi quelle che escono dal cuore di Dio.