| Omelia (12-07-2026) |
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COMMENTO ALLE LETTURE Commento a cura di Rocco Pezzimenti 1. Questo brano del Vangelo colpisce la nostra superficialità e, purtroppo, sarà sempre attuale. il Signore parla in parabole e i discepoli lo interrogano sul perché. Sembra quasi che il Maestro si sia dimenticato della sua misericordia al punto di dire che parla così perché tanti "vedano senza vedere e ascoltino senza ascoltare". È una durezza insolita eppure la parabola inizia con un gesto consueto per la cultura del tempo: la semina. Il Seminatore uscì a seminare. Il suo gesto è naturale e fa sì che il seme cada un po' ovunque: per strada, sul suolo roccioso, fra le spine, infine sulla terra buona dove dà il frutto sperato, sia pur in percentuali diverse. 2. Eppure, sia nella parabola sia nella spiegazione ai discepoli, il Signore svela il retroscena della parabola, rivelando il mistero. Il seme non diede frutto quando cadde "perché non aveva terra in profondità". È questa profondità che consente di fruttificare. Se ciò non avviene è dovuto alla nostra superficialità che ci rende emozionabili e facilmente entusiasmabili, ma non sensibili e costanti. Il seme è la parola del Cristo che troppe volte ascoltiamo in mezzo a troppi frastuoni e non si fissa nelle profondità del nostro cuore. Pochi minuti e già l'abbiamo dimenticata, sovrastata dal chiasso che ci circonda e, malgrado le intenzioni del momento, non fruttifica. 3. Nella spiegazione che dà ai discepoli Gesù sembra ancora più duro: "a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chiunque non ha sarà tolto anche quello che ha". Paradossale! A ben vedere, no. La parola del Signore è ricchezza, è seme fruttuoso, non può restare improduttiva. Riecheggia la possibilità di trarre figli di Abramo persino dalle pietre. Per questo la sua seminagione scende nelle profondità di quanti l'hanno accolta e la rendono produttiva. Diceva questo già il profeta Isaia parlando di quanti non intendono con il cuore e finiscono per non sentire il bisogno della conversione. Un cuore insensibile rende molti "duri d'orecchie". 4. Il brano si conclude con una beatitudine che vale anche per noi: "Beati i vostri occhi perché vedono e le vostre orecchie perché ascoltano", cioè fruttificano la ricchezza del messaggio. Molti in passato, dice Gesù, avrebbero voluto ascoltare questa parola, come molti anche in futuro. San Paolo ci ricorda che la potenza di questa seminagione va oltre il tempo presente, tanto che le sofferenze che dobbiamo sopportare "non reggono il confronto con la gloria che dovrà manifestarsi in noi". Questa è la nostra fede e dobbiamo pregare perché essa aumenti e non si affievolisca. 5. San Paolo ci ricorda qualcosa che la nostra superficialità non vuole mai prendere in considerazione, neppure oggi che si parla tanto di rispetto della natura e della creazione. Gli sconvolgimenti del sono dovuti alla durezza del nostro cuore al punto che: "La stessa intera creazione anela, in ansiosa attesa, alla manifestazione gloriosa dei figli di Dio". Imperfezioni, devastazioni, morte presenti nella natura, attendono la redenzione. La loro speranza è che noi riusciamo a vincere la durezza dei nostri cuori. |