| Omelia (11-07-2026) |
| Missionari della Via |
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Pietro osa chiedere ciò che spesso noi non abbiamo il coraggio di formulare: "Signore... ma ne vale la pena?" E Gesù risponde non con rimproveri, ma con una promessa. La domanda di Pietro è quella di un uomo che ha dato tanto e ha detto tanti "sì" e ora si chiede se Dio se ne accorge. Quante volte anche noi, nella nostra missione, abbiamo sentito questa istanza interiore: "Signore, ma tutto questo... per cosa?". Gesù non spiritualizza, non fa come noi che ci diciamo che per Dio bisogna solo sacrificarsi senza pretendere nulla, non minimizza, non dice: "Non pensare al premio". Dice invece: "Riceverai cento volte tanto". È un modo di mostrarci la convenienza del seguirlo, ma si tratta di una ricompensa non secondo i criteri di questo mondo. Gesù sta mostrando la logica del Regno: quando lasci qualcosa per amore, Dio lo moltiplica in forme che non immaginavi. Gesù non sta parlando di fantasia, non ci sta prendendo in giro; infatti, il Vangelo di Marco specifica che insieme a cento volte tante ci saranno persecuzioni (cf Mc 10,29-30). Gesù non ci annebbia con favole poetiche, ma ci rivela che il guadagno immenso, il cento volte di fraternità, sarà un dono nella persecuzione. Dove c'è cento volte tanto di bene, c'è anche il moltiplicarsi delle insidie del male. Il "cento volte tanto" possiamo dire che non è possesso di relazioni e di beni, è fraternità e condivisione. Non è avere di più, ma essere di più. Non è dunque accumulare beni, relazioni, responsabilità, ma vivere bene, in relazione, con responsabilità. Quando interpretiamo il centuplo come qualcosa da gestire, controllare, amministrare, allora sì: diventa una zavorra. Perché il cuore si mette a calcolare, a misurare, a possedere. E un cuore che calcola non può essere gioioso, non vive nell'ottica del regno. «Non è che seguendo il Signore e offrendo a lui la propria vita ci si trovi magicamente contenti, appagati, centuplicati [...] nella ricompensa e "beati". Qualche volta l'occhio è scontento, la decima è una tassa pesante da pagare, le persecuzioni interiori ed esteriori [...] prevalgono sulla beatitudine e il centuplo diventa quasi punitivo: pensiamo alle cento case che stanno qualche volta sul nostro groppone, come le strutture religiose o parrocchiali disabitate [...] o i cento fratelli presbiteri che non ci siamo scelti, o le cento sorelle e le cento madri [...] con cui condividiamo la nostra vita religiosa o i cento campi promessi da Gesù, che a volte sono campi da calcio parrocchiali in perdita economica e pastorale. Il centuplo è un'arma a doppio taglio, che non necessariamente rende l'occhio contento. Eppure, la parola di Dio non è mai pura poesia. [...] Lui ci dona tutto perché il nostro occhio sia contento, perché assaporiamo già ora la beatitudine del dare, perché [...] il centuplo non siano zavorre ma motivi di gioia, [...]. Se lui ci dà tutto e noi qualche volta abbiamo l'occhio scontento, evidentemente non sappiamo accogliere il suo dono. C'è qualche ostacolo, qualche trave nel nostro occhio, che impedisce la gioia. È normale, perché la gioia piena sarà solo nella visione "faccia a faccia", nella pienezza del regno; ma non è normale che ci assestiamo sulla scontentezza e il malumore, che ci abituiamo a vivere e girare per la strada con una trave nell'occhio: cosa, tra l'altro, molto fastidiosa» (Erio Castellucci, vescovo). |