Omelia (12-07-2026)
padre Ezio Lorenzo Bono
ALLEATI DEL SOGNO DI DIO (Jean-François Millet)

I.
Jean-François Millet è uno dei maggiori esponenti del realismo francese. Figlio di contadini, ha saputo rappresentare nei suoi dipinti la vita dei campi con grande realismo, ma soprattutto con profonda dignità. Tra le sue opere più celebri ci sono Le spigolatrici, L'Angelus e Il Seminatore, un soggetto che riprenderà più volte e che ispirerà anche il celebre dipinto di Van Gogh.
Nel Seminatore vediamo una figura imponente che avanza con una lunga falcata su un terreno scosceso, mentre con un largo gesto della mano sparge i semi. Sullo sfondo uno stormo di corvi è già pronto ad accaparrarsi i semi appena gettati. Eppure il seminatore sembra non preoccuparsene. Continua il suo cammino con serenità, come se sapesse che quella minaccia non potrà fermare il suo lavoro. Non si preoccupa dei corvi. Si preoccupa soltanto di continuare a seminare.

II.
Anche il seminatore della parabola sembra uno sprecone. Getta il seme dappertutto: sulla strada, tra i sassi, tra i rovi e solo una parte cade nella terra buona. Viene spontaneo chiedersi: perché non seminare soltanto dove il raccolto è assicurato? Perché disperdere tante energie? Il seminatore del Vangelo, come quello di Millet, non sembra preoccupato dell'efficienza né del successo. È preoccupato soltanto di seminare. Gesù stesso spiega il destino dei diversi terreni. Eppure mi piace pensare che anche i semi che apparentemente non portano frutto non siano del tutto inutili.
I semi caduti tra i rovi - cioè nel cuore di chi è soffocato dalle preoccupazioni e dalle seduzioni del mondo - sono come gocce di balsamo che, almeno per un momento, alleviano l'affanno della vita quotidiana, uno spiraglio di luce che si apre tra le nuvole.
I semi caduti sui sassi - cioè nel cuore di chi accoglie con entusiasmo la Parola ma poi è incostante - rimangono come un bacio di Dio. Anche quando l'entusiasmo svanisce, quel ricordo continua a vivere nel cuore e, qualche volta, si trasforma in una profonda nostalgia, in quella saudade che spinge a ricominciare.
Così pure i semi caduti sulla strada - cioè in chi poi si lascia dominare dal maligno - sono come un tocco di Dio in tante vite distratte. Quel tocco forse verrà dimenticato, ma non scomparirà del tutto.
Forse noi vediamo soltanto ciò che sembra perduto. Dio continua invece a vedere possibilità che noi non riusciamo ancora a immaginare. Per questo non abbiamo scuse per non seminare. Anche se tanti ragazzi dopo la Cresima si allontanano dalla Chiesa, anche se persone che un tempo frequentavano la Messa oggi non vengono più, non dobbiamo scoraggiarci. I semi gettati rimangono. Possono diventare un ricordo prezioso, un criterio per distinguere il bene dal male, un bacio o un tocco di Dio che riaffiora nei momenti decisivi della vita. La Chiesa non può limitarsi a seminare soltanto dentro le proprie mura, come se fosse una serra dove tutto è protetto e controllato. È chiamata a uscire e a raggiungere ogni ambiente umano, anche quelli che sembrano più difficili o più lontani. Oggi esistono anche nuovi campi da seminare: il mondo della comunicazione, i social, gli spazi digitali, dove tante persone che forse non entrerebbero mai in una chiesa possono comunque incontrare una parola del Vangelo. Come diceva Papa Francesco, la Chiesa deve essere una "Chiesa in uscita". E la prima lettura ci rassicura: la Parola di Dio è come la pioggia che scende dal cielo e non ritorna senza aver fecondato la terra. Noi siamo chiamati a seminare; il resto appartiene a Dio. Il suo unico pensiero non è raccogliere di più, ma seminare dappertutto. Qualche anno fa Papa Francesco ricevette nella Cappella Sistina centinaia di artisti: musicisti, scrittori, pittori, registi. Rivolse loro una frase bellissima: «Siete alleati del sogno di Dio». In realtà, quella frase non vale soltanto per gli artisti. Lo siamo tutti quando contribuiamo alla creazione di Dio; quando mettiamo al mondo un figlio, quando educhiamo, quando ridiamo speranza, quando compiamo un gesto di bene, quando seminiamo fiducia in un mondo spesso disincantato e incapace di sognare.

III.

Concludo tornando al quadro di Millet. Nel quadro c'è un particolare curioso: il volto del seminatore è nascosto per metà dal cappello. Forse Millet voleva rappresentare tutti i contadini. Mi piace però immaginare che dietro quel cappello si nasconda lo stesso Dio che continua ancora oggi a seminare con infinita generosità. Forse è proprio per questo che il suo volto rimane nascosto: perché ogni cristiano possa prestargli il proprio. Lasciando il volto nell'ombra, Millet voleva forse invitare ciascuno di noi a riconoscersi in quel seminatore. Ogni volta che continuiamo a seminare il bene senza scoraggiarci, senza pretendere di vedere subito i frutti, diventiamo anche noi alleati del sogno di Dio.

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