Omelia (02-07-2026)
Missionari della Via


Un uomo può morire all'infinito, finire in paralisi tali da non poter agire in nessun modo. La paralisi fisica è utilizzata da Gesù per dimostrare il suo potere di risanare le paralisi interiori, persino il peccato. Quando pensiamo al peccato pensiamo a un errore, e spesso banalizziamo tutto dicendo che non esistono colpe ma solo risorse per crescere oppure diciamo che tutto è peccato e che Dio ci controlla dall'alto e aspetta la nostra caduta. Entrambi i modi sono superficiali, il primo perché toglie al peccato la sua serietà e le conseguenze che porta dentro e fuori da noi, il secondo perché sarebbe una visione che alimenta i sensi di colpa. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che il peccato è "una trasgressione in ordine all'amore vero" (CCC 1849), cioè si pecca quando non si ama veramente. Questo, perciò, è un problema serio, non amare sul serio è un pensiero che tutti dovremmo avere. Capire inoltre che un peccato, cioè un "non-amore", quando si radica ci paralizza è altresì importante per non giocare con peccato, pensando che la sua opera sia indolore. L'errore certamente può essere una risorsa per ripartire, ma crea anche delle fratture che non possiamo banalizzare. Ci confessiamo perché abbiamo bisogno proprio di un sacramento, come momento sacro in cui ci si ricostruisce nella grazia. La confessione è il momento in cui consegniamo a Dio il nostro errore perché Lui lo renda sacro. Non lo sacralizziamo esaltandolo o banalizzandolo, ma lasciando che la sua luce lo attraversi. Questo sacramento ci dice che i peccati non sono l'ultima parola, l'Amore è il fine; nella sacralità del rito della confessione celebriamo la rinascita sempre possibile e l'abbraccio di un Dio che è carità e verità. Abbiamo bisogno di essere abbracciati da Dio per ricominciare e acquisire la consapevolezza che il peccato non è un gioco che si può riavviare senza conseguenze, ha degli effetti sulla nostra vita e sulla nostra storia.

«"Sarà lui che salverà il popolo suo dai suoi peccati" (Mt 1, 21). Quest'ultima parola è al plurale; ed in realtà la Bibbia dispone di più di trenta termini per indicare il male o la colpa: disobbedienza, ingiustizia, debito, trasgressione, rivolta, infedeltà, ecc.; ma il vocabolo più costante (amartia in greco, hattah in ebraico) evoca l'idea di «mancare allo scopo», donde: deviare e fuorviare, sbagliar strada. Se si pensa che la vocazione dell'uomo, la sua unica ragione di essere, è trovare Dio, unirsi a lui, il peccato è tutt'insieme un errore (sheghaghah), una follia e un accecamento (neb'l'h). Ecco perché la Scrittura qualifica il giusto da saggio e il peccatore da stolto (Sir 16, 21-23; 21, 11-28)»
(p. Ceslas Spicq O.P).