Omelia (28-06-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Chi accoglie voi, accogllie me

"Dio ama chi dona con gioia"(2Cor 9, 8); "Chi fa' la carità al povero presta al Signore, che gli ripagherà la buona azione"(Pr 19, 17) sono solo alcune delle frasi della Bibbia che sottendono che l'incontro con Dio avviene nella nostra interazione con il bisognoso con il quale ci imbattiamo. Ferma restando l'attenzione e la prudenza, purtroppo necessaria, nei confronti di chiunque venga a bussare alla nostra porta, poiché tanti opportunisti e profittatori si spacciano per bisognosi, è consolidato che la nostra fede viene messa in atto nella carità attenta e operosa, perché nel povero è possibile vedere Dio. Quando ci si concede gratuitamente agli altri si può essere certi di aver amato il Signore stesso.
Ferma restando ancora una volta la predetta circospezione, anche l'accoglienza e l'ospitalità rientrano nell'esercizio della carità operosa.
L'episodio di cui alla Prima Lettura di oggi è molto allusivo in tal senso, perché delinea la realtà di come Dio si presenti nell'incognito di un viandante forestiero quale è Eliseo: questi si trova a passare più volte presso la casa di due coniugi di Sunem. Senza provare il minimo fastidio, la padrona di casa lo fa entrare tutte le volete che si trova a passare e lo rifocilla e in più riconosce in lui "l'uomo di Dio". .La Sunamita assieme al marito si prodigano volentieri per quello sconosciuto che poi si rivelerà essere appunto il profeta del Signore e ottiene una ricompensa insperata: "l'anno prossimo, in questa stagione, tu terrai in braccio un figlio." E c'è di più: quando il ragazzo è cresciuto, si trova a lavorare nei campi con il padre e dopo aver accusato forti dolori alla testa, sviene e appena riportato a casa muore fra le braccia della madre. L'intervento di Eliseo, che si corica sul bambino faccia a faccia, lo fa risuscitare (2Re 2, 17 - 36). Simile è l'episodio di accoglienza e di carità esercitato anche da Abramo, che accoglie tre visitatori alle querce di Mamre, idientificati questi poi con il Signore e i due angeli, ottiene per la moglie Sara la ricompensa del dono di un figlio nonostante la tarda età di entrambi (Gn 18, 10 e ss). Il famoso Isacco verrà poi risparmiato dal sacrificio. Cosi pure Elia ricompensa la vedova di Zarepta con la resurrezione del figlio defunto per essere stato da questa accolto e ospitato quale veramente era, un profeta 1Re 17). Anche la Lettera agli Ebrei (13, 1 -2) dice che esercitare l'ospitalità equivale ad accogliere degli angeli. Si accoglie sempre il Signore quando viene a trovarci qualche forestiero bisognoso di ospitalità. Personalmente, nel mio esercizio del ruolo di Superiore e Responsabile di diversi Conventi ho dovuto tante volte muovermi circospetto di fronte a chiunque chiedesse di essere accolto in convento, sia che fosse di passaggio, sia che volesse soggiornarvi a lungo: non sempre si è certi di coloro che ospiti e non poche persone, dapprima apparentemente serie e attendibili, hanno creato poi problemi e situazioni imbarazzanti. Non di rado c'è anche chi si rifugia in convento per fuggire alle forze dell'Ordine che lo braccano; come pure chi tende a sistemarvisi per realizzare indisturbato affari illeciti. Qualche difficoltà in tal senso, seppure non allarmanti, le ho avute. Ho provato però anche molta soddisfazione tutte le volte che mi è capitato di ospitare famiglie, giovani o gruppi scouts che hanno poi ringraziato la Provvidenza nella mia misera persona. Io non potevo fare a meno di notare Dio stesso nella loro persona. Chi accoglie "un profeta come profeta", esercita di fatto in una sola mossa le tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Così pure chi accoglie un vero viandante bisognoso: già nel provare contentezza di averlo aiutato ottiene la sua ricompensa. Gesù non risparmia parole di fiducia e di speranza per coloro che accogliendo un profeta come tale non perderanno la ricompensa divina. E altrettanto gloriosa sarà la sorte di chi, sempre nell'ottica dell'amore e dell'accoglienza, accetterà di doversi rendere latore del Vangelo di salvezza come apostolo o come missionario: chi agisce e parla nel nome di Gesù con la coerenza fra i fatti e le parole, sperimenterà la forza e il sostegno che solo Gesù può concedere e non si sentirà mai solo nella persecuzione e nella prova. Esercitare la carità nell'ottica dell'accoglienza equivale a familiarizzare con l'intero Dio trinitario: "Chi accoglie voi, accoglie me. Chi accoglie me, accoglie Colui che mi ha mandato"(Mt 10, 40.
Tuttavia aggiunge anche che la scelta del Vangelo e della sequela di Gesù non può non essere radicale e libera da rimpianti e ripensamenti; essa comporta determinazione, radicalità, propensione verso il prossimo anche a rischio della vita e non può trovare ostacolo nei consueti pretesti per abbandonare il campo. Chi decide di porsi al seguito di Gesù non deve avere attrazione verso altra cosa se non a lui e nulla anteporre alla sua figura e al suo messaggio. Tutto va concepito come secondario in rapporto a Gesù e perfino la propria vita e le proprie scelte vanno messe in discussione. Fra queste scelte anche la prospettiva del dolore e della croce.
Come Gesù stesso infatti si è donato risolutamente e con generosità pera fare la volontà del Padre non risparmiando se stesso nella persecuzione e nella morte di croce, cosi il discepolo, in quest'ottica di amore non può omettere di caricare la propria croce sulle spalle e fare di essa il costitutivo quotidiano dell'amore stesso. Convinto però che la croce si tramuterà in gloria.