| Omelia (21-06-2026) |
| Casa di Preghiera San Biagio FMA |
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Commento su Mt 10, 26-33 Come vivere questa Parola? All'interno del discorso missionario contenuto nel capitolo decimo del vangelo secondo Matteo, il brano odierno si situa immediatamente dopo le parole sapienziali di Gesù che proclamano che un discepolo non è da più del suo maestro, ma è sufficiente che viva come Lui, ossia che nella sequela viva la stessa vita di comunione con il Padre, quindi di carità vera verso i fratelli. (Mt 10,24-25). L'avvertimento ripetuto come un ritornello da Gesù in questi insegnamenti ai suoi discepoli è quello di non temere, di non avere paura. La paura è un'emozione primordiale che ci avverte di qualcosa che sentiamo come minaccioso e pericoloso per noi e che ci induce a spostarci, nasconderci, fuggire. Ma nello spazio cristiano essa è chiamata a misurarsi con la forza dell'amore e con la responsabilità. I discepoli di Gesù, e con loro i seguaci di Gesù nella storia, sono invitati al coraggio e alla libertà di parola, alla franchezza che non esita a dire tutte le esigenze del vangelo costi quel che costi. L'amore è coraggioso: per amore io posso intraprendere azioni o sopportare situazioni dure e difficili che mettono a rischio anche la mia vita. Ma tutto in vista di ciò che amo: lo sguardo coraggioso è vinto dall'oggetto amato più che dalla constatazione dei rischi. Ha scritto Agostino: "Il coraggio è un amore che sopporta facilmente ogni cosa in vista di ciò che ama" (I costumi della Chiesa cattolica I,15,25). Il coraggio si radica nell'amore e così può vincere la paura, può cioè superarla, far sì che non abbia l'ultima parola.
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