| Omelia (21-06-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Lo riconosceremo? Ci riconoscerà? Brutta bestia la paura. Se per trecentosessantacinque volte, una per ogni giorno dell'anno, viene intonato il ritornello «Non abbiate paura», significa che Dio conosce il cuore segreto dell'umanità. Brutta bestia la paura, rende tutto nero ancor prima che accada; ben peggiore è la paura davanti ad una malattia, la paura prima di aprire un referto, che la malattia stessa, del referto stesso. La paura di essere bocciati, più che la bocciatura stessa. La paura di morire, più che la morte stessa. Perché è l'ignoto, ciò che non si conosce, che impaurisce. Per due volte, oggi, nel Vangelo, ci viene richiesto di non avere paura. Difficile ammettere che vivo la paura, che la conosco. Un adulto dovrebbe averla nascosta tra i ricordi di bambino; non dovrebbe mostrarla, pena il diventare vulnerabile agli occhi del mondo. Nessun potente, nessun direttore, nessun politico, avvertono mai la benché minima paura. Neanche io, uomo di Dio, dovrei avere paura. Ma così facendo, così nascondendola, così evitandola, lavora dentro come un fiume carsico, come un tarlo rode il sostegno su cui poggio. Ho paura. Di che cosa? Conosco due paure: la paura di perdere me stesso, perdermi, e la paura di perdere te, perderti. Perdermi. Perdere la mia dignità, la mia storia, la mia autonomia, la mia salute, il mio valore. Perderti. Perdere te come sposo, figlia, amico, comunità. Da queste due paure nascono le recriminazioni, le incomprensioni, le distanze, le tensioni. E dunque? E dunque Lui mi indica tre modi per affrontare la paura. Primo: dare un nome alla paura, riuscire a farne parola. E facendone parola non è più così abissale, e se non è più ignota riesco perlomeno a comprenderla. «Non avere paura degli uomini»: Lui dà un nome alla paura. Secondo: mi indica che è necessario attraversarla, entrare nella paura. Non di oltrepassarla, né di evitarla, di non prendere la circonvallazione, ma proprio abitarla. Solo attraversandola la potrò conoscere, e solo così dire che non è poi così paura. Gesù non l'ha evitata, non l'ha scansata, ma l'ha pienamente abbracciata, la paura: aveva il volto oscuro e ignoto della Croce. «Non avere paura di chi uccide il corpo, non può uccidere l'anima». In un film di qualche anno fa, «l'uomo che verrà», alla minaccia di una retata e di un rastrellamento, un contadino sfinito, gettando il forcone, dice: «Mi uccideranno una volta, poi spero che dopo sia proprio finita!». Ecco, intendo così quella paura che possano ucciderci ancora più in profondità, possano uccidere l'anima. Niente di angelico, niente di celestiale, niente di soprannaturale nell'anima, anzi. L'anima è la nostra struttura, il nostro essere al mondo, la nostra coscienza. I nostri valori, quello per cui viviamo e, alle volte, moriamo. Dove Dio ci incontra. Terzo: orientare la paura. «Temere» chi getta e l'anima e il corpo nell'immondezaio, nella discarica. Perché l'anima può essere uccisa. Basta un gesto di poca fiducia, basta un disamore, basta un voltare le spalle, basta una lontananza, una manipolazione e l'anima è uccisa, per sempre. Lentamente muore. Davanti a tanta paura sta la semplicità e la fragilità di due passeri e dei capelli contati. I capelli. Li immagino come quelli degli anziani, così fini, così fragili, delicati. I due passeri, come il canto di un bambino appena nato, come la semplicità di un disabile. I capelli e i passeri valgono; per noi no: come gli anziani, come i bambini, come i disabili, come tutti i fragili che non valgono nulla, non producono, non rendono, non contano. Per il Dio di Gesù Cristo, valgono, più loro di tutte le nostre carte vincenti. «Voi valete molto di più». Non è vero, Signore, ma grazie che ce lo dici. Noi non ci crediamo più al nostro valore, hanno fatto di tutto per minacciarlo, sminuirlo, sabotarlo. Non ci crediamo degni di una carezza tra i capelli, né di una mano che sfama un passero che si avvicina sicuro alla mano. Noi valiamo, enormemente di più. È quella maledetta paura che ci blocca, che mette il freno a mano. La paura non fa vivere. Lo riconosceremo? Riusciremo a distinguerlo in mezzo alla folla del mercato, riusciremo a prestare attenzione dove tutto è distratto, riusciremo tra mille e mille volti a riconoscere quel Dio in agguato che sempre, continuamente, ci passa accanto? Sarà Lui, per primo a riconoscermi: se non avrò il capo chinato sulla mia paura, se non avrò paura di morire, che di fatto già mi rende morto. Mi riconoscerà dall'attenzione che porrò sui fragili capelli e sui passeri delicati. Mi riconoscerà se saprò restituire valore. Mi riconoscerà, se qualcosa del mio volto ricorderà il suo stesso volto. |