| Omelia (20-06-2026) |
| Missionari della Via |
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Il rischio più grande è che ci leghiamo più al dono che al donatore, perciò trattiamo le cose, il cibo e quello che abbiamo come il divino della nostra vita, ma ciò ci causa ansia e preoccupazione. Ebbene, anche se stiamo parlando di qualcosa di necessario riguardo al cibo e al vestito - e sappiamo bene che l'ansia di non possedere a sufficienza quello che ci serve spesso ci paralizza -, il discorso potrebbe essere più ampio. Possiamo dire che viviamo diverse forme di ansia di possesso, anche quando ci convinciamo di non avere sufficiente competenza nelle cose che facciamo, di non essere sufficientemente idonei a camminare con il Signore o per consacrarci, di non essere sufficientemente buoni, o di ricevere poca cura dagli altri, o di non essere sufficientemente sani. Così quando siamo in gruppo ci sentiamo osservati, sia rispetto a ciò che indossiamo, abbiamo, facciamo, sia per le nostre capacità nel parlare, o perché ci sentiamo insufficienti persino in bellezza e carisma, o abbiamo l'impressione di non aver combinato nulla rispetto alle persone che abbiamo dinnanzi; sentiamo che ci "mancano i titoli per esistere con". Ecco che davanti a queste insufficienze, spesso o diventiamo dei piccoli ansiosi-vanitosi che millantano fantasie megalomani su di sé oppure, altre volte, ci facciamo prendere dall'ansia di non possedere e corriamo preoccupati per compensare i nostri vuoti. Gesù ci ribadisce che noi siamo benedetti e che valiamo, ci dona la percezione chiara che egli ci reputa una benedizione così come siamo e che ci assiste. Ci vuole liberi dall'ansia di possedere! Sicuramente anche i discepoli vicino a Gesù si sentivano in difficoltà, era giusto farli ridimensionare, fargli prendere coscienza che con Gesù non bisogna avere ansia da prestazione: siamo benedetti. Solo una persona che si percepisce benedetta può vivere di provvidenza, sapendo di essere amata, che c'è qualcuno che veglia su di lei e che il proprio valore non dipende dalle cose che possiede: si può vivere un giorno alla volta. Una spiritualità autentica si riconosce da: vitalità, fecondità, abbandono confidente. Santo del giorno: San Giovanni da Matera abate mendicante Nell'esperienza di San Giovanni Abate, sorprende proprio questo moltiplicarsi della vita, questo continuo riprodursi, questa fecondità. Erano sei i monaci che si erano uniti a lui al momento della fondazione della congregazione; ma, appena sei mesi dopo, la sua comunità si era arricchita di ben cinquanta confratelli. Quaranta saranno i monasteri sparsi in tutta Italia, anche nell'Italia settentrionale - fatto insolito per un movimento religioso sorto nel sud. Tra i vari centri dove si conserva la memoria, ancora oggi, del passaggio della congregazione fondata dall'Abate mendicante, c'è la città di Pisa. Forse non tutti sanno che in questa città vi è una seconda torre pendente, oltre la nota torre di Piazza dei Miracoli. È la torre campanaria di San Michele degli Scalzi. Gli Scalzi erano chiamati i frati della congregazione di San Giovanni de Scalzonis, degli scalzi, appunto. L'esempio della carità e povertà di questi frati fu particolarmente apprezzato da un canonico della cattedrale di Pisa, Ranuccio Bandinelli, un sacerdote che fu poi chiamato a Roma, dove riceverà la porpora cardinalizia e dove, il 7 settembre 1159, sarà eletto papa col nome di Alessandro III. Più tardi, nel 1177, Alessandro III volle recarsi a Foggia, sulla tomba di Giovanni da Matera per rendere testimonianza alla sua santità. Da allora l'Abate materano è venerato come santo nella Chiesa cattolica. In un'epoca che fu definita "il secolo buio", l'amicizia cristiana testimoniata da questi monaci mendicanti fu una luce, fu «un fremito di vita nuova», come si esprime Gregorio Penco nella sua Storia del monachesimo in Italia. Giovanni da Matera, «da ricco che era si è fatto povero per voi perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Egli diventò un protagonista del suo tempo, un protagonista della rinascita sociale e della rinascita della Chiesa. Giovanni e i suoi amici - sono parole di mons. Pecci - come giganti «dominarono i tempi in cui vissero». San Giovanni diventò protagonista della storia attraverso la sua povertà. Attraverso, semplicemente, quella luce che il Signore aveva messo nei suoi occhi quel giorno che «fissatolo, lo amò». [...] La congregazione degli Scalzi sopravvisse al suo fondatore per circa cinque secoli, dopo i quali andò a confluire nell'Abbazia benedettina di Cava dei Tirreni. Nella quale rimase viva la memoria della santità di San Giovanni da Matera (articolo di Paolo Tritto). |