| Omelia (18-06-2026) |
| Missionari della Via |
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Il Padre nostro è la preghiera che ci ha insegnato Gesù in persona, quella che ci ricorda sempre di essere un "noi". Certamente mentre scrivo mi ricordo che faccio parte di una comunità religiosa e vivo la grazia di stare con gente a cui voglio bene e c'è una comunità laicale attorno che sento come famiglia. Per me è facile parlare di fraternità, di come si dovrebbe essere, perché sento il "noi". Eppure, devo riconoscere che non è facile, anche nella Chiesa e nelle realtà concrete delle famiglie o al lavoro, essere veramente un "noi". Anche negli ambienti ecclesiali, alcune volte, ho l'impressione di incontrare gente profondamente sola, sacerdoti che cercano qualche conforto nei parrocchiani o dai familiari, vescovi arroccati in mondi paralleli, religiosi e religiose che vivono insieme ma come se fossero in un albergo dove si dorme ma non ci si conosce, così come si fa esperienza di famiglie isolate che si vedono a stento con i parenti, di giovani che non sanno con chi parlare o si chiudono in fidanzamenti ermetici, o famiglie senza solidarietà. Non sempre è così, ma talvolta ci si confronta anche con questa realtà. Una solitudine forte avanza anche nelle comunità cristiane, che sono sempre meno fraterne e più posti sociali o funzionali. Poi ci sono dei movimenti o piccoli raggruppamenti che vivono la comunione e spesso sono guardati come "gruppi strani", e spesso per proteggersi si isolano; o a volte si sentono i prescelti, quelli migliori nel canto, nella sostanza, nell'organizzazione, perciò fanno fatica ad associarsi con altri simili ma diversi, a sentirsi Chiesa. Non è per tutti così ma certamente è comune notare queste realtà. Dio lo sapeva bene che siamo difficili, che non tendiamo a semplificare nell'amore, che la complessità ci spaventa, perciò doveva proprio sottolinearci di essere un padre buono e che dobbiamo imparare ad essere fratelli. Oggi, perciò, assumendo la realtà nella sua bellezza e nella sua fragilità, dovremmo ripetere più volte il Padre nostro. Questa preghiera rappresenta il sogno di Dio, non solo nei luoghi di guerra e nelle nostre case, ma anche nella chiesa, in quella che chiamiamo la famiglia di Dio. Non è una preghiera dalle parole sprecate, è una preghiera potenti al nostro Padre che ci chiama ad essere figli buoni e fraterni. «La preghiera del Signore ha un significato larghissimo. Perciò, in qualunque tribolazione si trovi il cristiano, con essa esprima i suoi gemiti, con essa accompagni le sue lacrime, da essa inizi la sua preghiera, in essa la prolunghi e con essa la termini. [...] Tutte le altre formule destinate o a suscitare o ad intensificare il fervore interiore, non contengono nulla che non si trovi già nella preghiera del Signore, purché naturalmente la recitiamo bene e con intelligenza. Chiunque prega con parole che non hanno alcun rapporto con questa preghiera evangelica, forse non fa una preghiera mal fatta, ma certo troppo umana e terrestre» (sant'Agostino). |