Omelia (14-06-2026)
don Alberto Brignoli
Strada facendo

Quando, nell'ormai lontano giugno 1981, pubblicava la canzone e l'omonimo album "Strada facendo", Claudio Baglioni aveva ancora i capelli scuri, folti e lunghi, come si usava spesso tra i giovani in quel periodo. Io, invece, concludevo proprio in quei giorni le scuole dell'obbligo con gli esami di terza media, e davanti a me (come per la maggior parte dei miei coetanei) si apriva una strada nuova. Per me, la strada proseguì in modo abbastanza naturale con la decisione di continuare gli studi in Seminario, dove mi trovavo già dalla tenera età di dieci anni (non ne avevo ancora undici, quando sono entrato): per molti miei amici, coscritti e compaesani, la scelta fu quella di andare a lavorare, perché allora si poteva iniziare l'esperienza lavorativa a 14 anni, una volta ottenuta, appunto, la licenza di terza media.
Per tutti, al di là delle scelte personali, si apriva una strada nuova: era una strada fatta di sogni e di speranze, ma anche di incertezze. La vita poteva, da un momento all'altro, diventare il sogno di un viaggio "sopra un treno che non è partito mai"; poteva diventare un susseguirsi di serate "chiuse come chiudere un ombrello"; poteva essere - sono tutte espressioni presenti nel testo della canzone - come "respirare un mare sconosciuto nelle ore larghe e vuote di un'estate di città": vale a dire, un insieme di desideri che, uno dopo l'altro, si chiudevano lasciando un senso di disillusione, di disincanto, "accanto a un'ombra lunga di malinconia".
Eppure, il cantautore romano esortava i suoi "fan" a continuare a camminare, ad andare avanti senza fermarsi, perché "strada facendo vedrai che non sei più da solo; strada facendo troverai un gancio in mezzo al cielo". Queste due espressioni (che, posso immaginare, siano state usate dall'autore senza alcun riferimento alla Sacra Scrittura) mi sono tornate in mente quando, verso la conclusione del brano di vangelo di oggi, Gesù esorta i Dodici da poco scelti per la missione proprio con queste parole: "Strada facendo". Chiede loro di predicare "strada facendo", di guarire gli infermi "strada facendo", di risuscitare i morti "strada facendo", di purificare i lebbrosi "strada facendo", di scacciare i demoni "strada facendo". In altre parole, dice loro di compiere segni di vita là dove regna la morte, e di annunciare parole di speranza dove regna il demone della menzogna. Che altro non è se non la perenne missione della Chiesa: ridonare vita all'uomo, liberandolo da tutto ciò che lo tiene fermo e schiavo.
E tutto questo, "strada facendo": perché non esiste annuncio nella Chiesa che non sia fatto mettendosi in cammino; non esiste cura da parte della Chiesa che possa essere compiuta stando fermi. Quando la Chiesa pensa di poter annunciare il Vangelo e di curare le ferite dell'umanità stando ferma, fissa, immobile nelle sue certezze e nelle sue sicurezze, non fa altro che decretare la propria morte. La Chiesa o è missionaria, o non è Chiesa; la Chiesa o è in cammino, o non è Chiesa; la Chiesa o vive "strada facendo", o non è Chiesa.
In questa missione, c'è una cosa bella che la accompagna, anzi due: come diceva la nostra canzone, sa di non essere da sola e di poter sempre trovare un gancio in mezzo al cielo a cui aggrapparsi.
Non siamo da soli, nell'annuncio del Vangelo: abbiamo sempre dei compagni di viaggio, come fu per i Dodici, nominati dall'evangelista Matteo a coppie, a due a due, perché camminare con un compagno di viaggio al tuo fianco ti impedisce, oltre che di rimanere da solo nei momenti di difficoltà, di fare di testa tua, convinto che ciò che fai e che dici vada bene come se fosse una verità assoluta. E la cosa più bella è che questi compagni di viaggio non sono né dei geni, né dei fenomeni: sono gente comune, gente come noi, gente scelta da Gesù dalla loro quotidianità, dalla loro vita di ogni giorno, con le loro debolezze (un pubblicano e uno zelota...) e le loro meschinità (un traditore...anzi, due), ma con la sicurezza di trovare sempre, strada facendo, "un gancio in mezzo al cielo"; quel riferimento a Dio Padre dal quale riceviamo tutto per grazia, "gratuitamente" e per il quale siamo chiamati a dare tutto noi stessi in maniera altrettanto gratuita.
Perché - non dimentichiamolo mai - è lui il padrone della messe; è lui il pastore di quel gregge abbandonato e senza pastore, di fronte al quale egli sente compassione e chiede a noi di fare altrettanto. Ma soprattutto, ci chiede di non fermarci mai: nessun cristiano sarà mai perfetto in ciò che fa, e nessun cristiano annuncerà mai il Vangelo in maniera perfetta e accettata da tutti. Sarebbe sufficiente, dice Gesù, parlare anche solo "alle pecore perdute della casa d'Israele", cioè a chi sta vicino a noi e ha bisogno di una parola di speranza.
L'importante, però, è che tutto quanto avvenga senza fermarsi mai sulle proprie certezze e sulle proprie sicurezze; che tutto quanto facciamo, lo facciamo, appunto, "strada facendo".