| Omelia (14-06-2026) |
| Omelie.org (bambini) |
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Cari bambini, bambine, ragazze e ragazzi, ben trovati a tutti. La scuola è ormai finita e presto cominceremo ad andare a messa nei nostri luoghi di villeggiatura. Oggi però siamo ancora qui e ci vogliamo raccontare le bellezze delle Letture di questa domenica, nella quale parliamo di elezione, gratitudine e dono. La Prima Lettura, tratta dal libro dell'Esodo, racconta un episodio di incontro tra Mosè e Dio, mentre il Popolo attende una nuova Parola. Dio sta mettendo in chiaro un fatto: il Popolo di Israele è uscito dalla schiavitù dell'Egitto perché il Popolo Eletto Ma che cosa è questa elezione? Prima di tutto, si legge l'espressione "sollevati su ali d'aquila". In natura, l'aquila con gli artigli afferra sia i suoi piccoli, sia le prede: potrebbero restare feriti, farsi male nell'atterraggio o, in caso di volo a bassa quota, essere afferrati da un predatore in grado di saltare. Essere sollevati sulle ali dell'aquila significa trovarsi nella zona più alta, ma anche più sicura perché l'uccello fa da scudo con il suo corpo per ogni eventuale pericolo. Insomma, in termini di posizione per lo spostamento tramite questi uccelli maestosi, è il top del top. Ora però soffermiamoci un attimo sul concetto dell'essere "eletti". Potremmo pensare si tratti di un privilegio di cui vantarci. Invece no: è un dono ed una responsabilità. Lo capiamo quando il testo accosta al termine "elezione", il termine "sacerdoti". Ma che ruolo hanno i sacerdoti? Sono forse dei re che spadroneggiano senza pietà, circondati da schiavi che esaudiscono i loro desideri? Assolutamente no! Sono persone che danno la loro vita per noi, perché possiamo essere sempre ancorati a Gesù. Poi il testo specifica che si chiama si tratta di una chiamata alla "santità". Essere santi significa essere "diversi" dal mondo. Vuol dire vivere non come ci insegna la società (in balia della ricerca del successo), ma essendo consapevoli che siamo figli amati. Questa Lettura, pur restando molto lontana da noi, sia nel tempo che nello spazio, ci è vicinissima nello spirito. Infatti, essendo stati battezzati, siamo tutti re - cioè eletti, scelto senza merito nostro - sacerdoti - cioè siamo tutti strumenti di Dio per unire altre persone a Lui -; profeti - quindi santi, perché non dobbiamo usare tante belle parole, ma semplicemente vivere secondo il messaggio di Gesù. Nella Seconda Lettura San Paolo, parlando ai Romani, ci parla di come Dio ci ama "gratis". Gesù si è donato a noi di sua spontanea volontà e scelta. Ma lo ha fatto quando eravamo empi, peccatori. Pertanto, non abbiamo fatto assolutamente nulla per meritarci il Suo Amore, lo abbiamo solo ricevuto. Chi ha il coraggio di rifiutare questo dono? Il Vangelo, invece, ci dice cosa ci tiene lontani da questa gioia. Gesù ha "compassione delle folle che lo seguivano". Questa parola, compassione, è spesso considerata negativa. Alla stregua di "pena". Invece, ha origini antiche, latine. Significa "sentire la stessa emozione". Gesù sa come ci sentiamo. Come stiamo. E come stiamo? Male, perché il mondo ci insegna ad essere forti e di successo, facendo tutto da soli. Infatti, riceviamo continuamente, da tutte le parti, il messaggio secondo il quale essere deboli è brutto, che chiedere aiuto è da "sfigati", che il secondo posto è per i perdenti. Invece l'essere umano non è fatto per l'autosufficienza: "Non è bene che l'uomo sia solo", dice la Genesi. Gesù fa qualcosa di paradossale: • Ci manda in missione, ma disarmati di tutto, "come un pecore e mezzo lupi" • Ci dice che dobbiamo essere "astuti come serpi, ma anche semplici come colombe" • Che dobbiamo andare in ogni "città e villaggio", ma non dobbiamo portare nulla • Dobbiamo pregare perché si formino nuovi cristiani, ma noi dobbiamo farci strumento affinché questo avvenga. Ma com'è possibile riuscire a fare tutto questo? È possibile perché non siamo abbandonati a noi stessi, ma siamo figli amati. Quale genitore (sano di mente) rifiuterebbe di amare e aiutare suo figlio? Nessuno. Tanto più Dio! Se adesso facessimo un elenco delle storie dei Dodici Apostoli, scopriremo che erano assolutamente imperfetti come noi: Pietro, giustiziere e rinnegatore; Giacomo e Giovanni, due mammoni che mandavano avanti la loro madre perché si vergognavano di parlare direttamente con Gesù; Matteo, che per soldi aveva voltato le spalle alle sue origini; Giuda, il traditore. Eppure sono "individui", persone che vivendo l'amicizia con Gesù sono diventate il germe buono della Chiesa. Ancora, San Paolo diceva: "quando sono debole, è allora che sono forte" (2Cor 12,10). Dio non ci chiede di essere invincibili, autosufficienti, perfetti, ma ci chiede di fidarci di Lui, per poter partecipare al Suo progetto di Amore per il mondo. Ecco il mio augurio: che possiamo imparare tutti ad accettare la nostra fragilità, perché è solo allora, essendo veramente umani, che Gesù può portarci in alto "su ali di aquila". Commento a cura di Cristina Pettinari |