Omelia (13-06-2026)
Missionari della Via


La preoccupazione di Maria e Giuseppe è evidente: il loro figlio non si trovava da ben tre giorni. Immedesimandoci nella scena ci ritroviamo a sentire i morsi del dolore di una perdita possibile di una persona cara che non si ritrova. Eppure, nell'agitazione di quella ricerca, Maria è invasa anche da un'esperienza spirituale: riconoscere un figlio nel mistero della sua vocazione che però gli arrecava dolore. Questo dello smarrimento di Gesù è uno dei primi dolori raccontati della vita di Maria. Infatti, questi tre giorni di privazione della presenza del figlio ci ricordano la spada nel cuore, le sofferenze di Gesù portato alla crocifissione alle quali lei assistette e i tre giorni nel sepolcro. Quello di Gesù fu un viaggio verso l'assenza, verso una perdita che in realtà andava letta come un ritorno al Padre, un compimento dell'esistenza. Gesù mette il Padre al primo posto, aiuta Maria e Giuseppe a leggere la realtà a partire dalla vocazione. Noi spesso passiamo da un progetto all'altro, andiamo a tentativi, ci stanchiamo e cerchiamo sempre un meglio, senza fedeltà a quello che ci viene chiesto. Il Signore chiama a una fedeltà nella vocazione. La vocazione è un seme di bene per noi e per coloro che ci sono attorno. Anche Maria e Giuseppe, giustamente angosciati, impararono a capire che il figlio era innestato in un progetto d'amore a cui doveva essere fedele. In questa fedeltà anche Maria e Giuseppe maturarono la loro missione. La vocazione è proprio l'abbraccio tra la fedeltà di Dio e la fedeltà dell'uomo. Si tratta di una fedeltà che si rinnova e cresce, ma che rimane salda anche nelle incertezze e nelle sofferenze. Una fedeltà dinamica o meglio creativa: una forma di adesione che non cede né alla frenesia superficiale del cambiamento a tutti i costi, né alla chiusura pregiudiziale verso ciò che porta il segno della novità. È una fedeltà capace di discernere, di lasciarsi interpellare, di rinnovarsi senza tradirsi.

«Come un alberello trapiantato spesso non riuscirebbe a mettere radici, e di conseguenza non potrebbe giungere alla sua perfezione e produrre il frutto desiderato, così l'anima che trapianta il proprio cuore da un progetto all'altro, non potrebbe trarne profitto ne attuare la giusta crescita nella perfezione, giacché la perfezione non consiste in un inizio, ma nel compimento» (San Francesco di Sales).