Omelia (07-06-2026)
don Alberto Brignoli
Una faticosa processione quotidiana

Fra le tante, belle espressioni di religiosità popolare legate alla Solennità di oggi c'è sicuramente la Processione Eucaristica. Per la maggior parte delle parrocchie, non è certo l'unica processione dell'anno liturgico, ma sicuramente è unica nel suo genere, perché a differenza delle altre processioni non viene presentato alla venerazione dei passanti il simulacro di un santo o della Madre di Dio, ma portiamo con noi il Signore stesso, vivo, "in carne e ossa", o meglio "in Corpo e Sangue", il Pane di Vita che si fa Vita per ognuno di noi. Fa specie, però, che ci viene da pensare al Signore vivo e camminante lungo le strade dei nostri paesi e delle nostre città quando facciamo la processione del Corpus Domini, magari con il più bello e solenne degli ostensori, e ci dimentichiamo che centinaia di queste processioni avvengono nelle nostre parrocchie ogni domenica, quando i cristiani che hanno partecipato all'Eucaristia, facendo la Comunione, escono di chiesa e diventano ostensori viventi portando con sé, nel loro corpo, il Pane di Vita.
In fondo, ogni domenica viviamo una processione eucaristica: a volte ne siamo ben coscienti, e custodiamo gelosamente dentro di noi Gesù Pane di Vita con atteggiamenti che parlano veramente di vita; spesso, invece, ce ne dimentichiamo così velocemente che la nostra piccola processione eucaristica termina dopo pochi passi in compagnia degli amici - se non già sul sagrato della chiesa - per una parola di troppo, una maldicenza verso qualcuno, una critica al modo con cui si è celebrata la liturgia, un'osservazione all'outfit delle nostre rivali/nemiche, un gesto d'impazienza verso chi fatica a uscire dal parcheggio con l'auto... Se pensassimo di più a come portiamo avanti la nostra domenicale processione eucaristica e a come ci comportiamo pochi minuti dopo aver fatto la comunione, forse avremmo molto da ridire sul nostro essere cristiani credenti e praticanti.
La nostra vita di fede, e anche la nostra pratica religiosa, non è un fatto acquisito e dato per certo solo perché si è fatta la comunione a messa; si tratta, invece, di una costante processione eucaristica, ovvero un continuo e lungo peregrinare, un cammino che - come ci ricorda Mosè nella prima lettura - "il Signore nostro Dio ci fa percorrere in questi quarant'anni nel deserto per umiliarci e metterci alla prova". Essere cristiani non è un automatismo che scatta nel momento in cui facciamo la comunione in chiesa: troppo facile, se fosse così! Dio, invece, vuole umiliarci (cioè farci tornare con i piedi nel fango, nell'humus della terra) e mettere alla prova la nostra fede. E per verificare questo, ci porta in giro per quarant'anni nel deserto, ovvero ci fa camminare, faticare, sudare, perché è lì che si gioca la nostra fedeltà a lui: nella fatica di vivere la fede nella vita di ogni giorno, con le sue umiliazioni e le sue prove, attraverso il continuo confronto con le nostre meschinità, attraverso il senso di solitudine, di fame e di sete che si prova nel deserto del quotidiano. È lì che Dio ci dona "un Pane che viene dal cielo", e che "né noi né i nostri padri conosciamo", né sappiamo da dove venga: è lì che Dio vuole farci capire che abbiamo il dono della vita solo perché c'è lui che ce lo dona, e non perché siamo bravi noi a conquistarlo e conservarlo.
È troppo bello credere in Dio la domenica, Pasqua della settimana, dove tutto ci parla di vita e di gloria. Vera fede è il nostro quotidiano Venerdì Santo, dove Dio a volte si nasconde e dove la vita sembra solo un lungo peregrinare nel deserto. È troppo facile e comodo essere cristiani la domenica, dove uscendo di chiesa ci imbattiamo in chi è lì come noi per lo stesso motivo. Vera fede è il lunedì, il martedì, o qualsiasi altro giorno della settimana, quando ci mettiamo in colonna di buon mattino per andare al lavoro e ci innervosiamo subito; quando sul posto di lavoro ci incontriamo con colleghi e capi insopportabili e antipatici; quando sul pullman ci sono i compagni di classe che ci prendono in giro e fanno i bulli con noi; quando torniamo stanchi la sera e c'è la famiglia da sopportare più che da amare; quando arriviamo alla terza settimana del mese e i soldi non bastano già più; quando c'è un mutuo da pagare e ci sentiamo strozzati; quando qualcuno si ammala in casa e ci vogliono mesi di attesa per poterlo curare; quando la sera ci si chiudono gli occhi per la stanchezza e c'è ancora la pila di panni da stirare... È lì che si gioca la nostra fedeltà a Cristo e a quella comunione con il suo Corpo che facciamo ogni domenica!
Dobbiamo smetterla di dire: "Ho fatto la comunione, sono pronto a camminare con Cristo e a portarlo ai miei fratelli", perché è poesia, sono frasi fatte, e sono troppo facili da pronunciare! Dovremmo invece essere orgogliosi di poter dire l'esatto contrario: "Ho camminato tutta settimana con Cristo, perché l'ho portato con me nella mia vita di ogni giorno, nonostante le fatiche, nonostante le mie e le altrui debolezze: adesso mi sento pronto a fare la comunione!". "
"Dio ti ha messo alla prova... ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna... ti ha condotto per un deserto grande e spaventoso, luogo senz'acqua, e ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia... Non dimenticarti del Signore tuo Dio". "Non avere paura, nella fatica quotidiana e nell'ora della prova" - sembra dirci il Signore - "ricordati che io ci sono, e che se mi sei fedele, ho per te un cibo di Vita eterna".
Il Signore Gesù ci liberi dall'ipocrisia di una comunione fatta "per sentirci a posto con lui", e ci faccia comprendere che quel Pane che è il suo Corpo e che noi mangiamo è davvero "comunione con lui" solo se poi questa comunione la sappiamo fare nella fatica del nostro quotidiano camminare lungo le strade deserte del mondo.