| Omelia (07-06-2026) |
| diac. Vito Calella |
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Vivere in Cristo: nella Parola, nella comunità, nei poveri L'evangelista Giovanni non racconta che, durante la cena pasquale celebrata da Gesù prima della sua passione, morte e risurrezione, Gesù pronunciò queste parole sul pane azzimo e sul calice colmo di vino: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo. [...] Bevete tutti da questo calice, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, che è versato per molti in remissione dei peccati» (Mt 26,26b-28 // Mc 14,22-25 // Lc 22,19-20). La testimonianza degli altri evangelisti esisteva già. Fin dalle origini della Chiesa, i cristiani si riunivano nelle case per celebrare il memoriale della morte e risurrezione di Gesù nel giorno del Signore attraverso il sacramento dell'Eucaristia, come attesta il primo racconto della sua istituzione in 1 Cor 11,23-25. Solo san Giovanni ci ricorda che Gesù, prima di istituire l'Eucaristia, lavò i piedi ai suoi discepoli, chiarendo che fare la comunione al suo Corpo e al suo Sangue significa scegliere di servire. Amare è servire gli altri, a cominciare dai più poveri e sofferenti. Essi si possono scorgere in quella moltitudine di affamati, in quelle persone semplici e bisognose che seguivano Gesù. Quella folla fu benedetta con il dono di un pasto di pane e pesce. Tutti furono saziati! Perciò, «vennero a prenderlo per farlo re, ma egli si ritirò da solo sul monte» (Gv 6,15). Gesù interpreta il miracolo della distribuzione dei «cinque pani d'orzo e dei due pesci» per saziare la fame della folla (cfr. Gv 6,1-15) come segno che egli è veramente «il pane vivo disceso dal cielo» (Gv 6,51), sia come «la Parola definitiva» che rivela gli insegnamenti di Dio Padre (cfr. Gv 6,43-50), sia come «il suo stesso corpo/carne e sangue» offerto come cibo: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno». La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (Gv 6,53-56). Nessuno poteva comprendere quel linguaggio misterioso e scandaloso fino all'evento della morte in croce e della risurrezione delbFiglio amato di Dio Padre. Allora l'offerta esistenziale di Gesù per la salvezza di tutta l'umanità divenne evidente. Gesù disse che «chi mangia la carne di Gesù e beve il suo sangue ha la vita eterna» (Gv 6,54). Cosa significa «avere la vita eterna» quando mangiamo il pane e il vino, realmente trasformati nel corpo e nel sangue di Gesù per opera dello Spirito Santo, durante la celebrazione eucaristica della Santa Messa? Significa vivere qui e ora in comunione con Cristo, poiché egli dice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre vivente ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che si nutre di me vivrà per me» (Gv 6,56-57). Ognuno di noi desidera vivere in comunione con Gesù Cristo, morto e risuscitato, nello stesso modo dell'apostolo Paolo, che, scrivendo ai Galati, diede questa testimonianza: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. La vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gl 2,20). Vivere in Cristo significa nutrirsi del pane della Parola di Dio. Lo Spirito Santo in noi rafforza la nostra scelta e la gioia di avere Gesù Cristo come «Signore» della nostra vita (cfr. 1 Cor 12,3b). Ci aiuta a scoprire la nostra identità fondamentale di figli amati di Dio Padre (cfr. Gal 4,4 e Rom 8,15). Grazie alla presenza e alla potenza dello Spirito Santo in noi, siamo motivati a voler amare e far amare il nostro Signore Gesù Cristo, scoprendo e assaporando l'immensa ricchezza della Parola di Dio per la nostra vita. Comprendiamo veramente che «l'uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,3b). «Vita eterna» significa imparare a discernere la volontà di Dio Padre per la nostra vita quotidiana, mangiando i frutti dell' «albero della vita», che sono i precetti e i comandamenti contenuti nelle Sacre Scritture e tutti gli insegnamenti lasciati da Gesù, attestati nei quattro Vangeli e negli altri libri del Nuovo Testamento. Vivere in Cristo significa sentirsi membri vivi del suo corpo ecclesiale. Una delle scelte pratiche più importanti della Parola di Dio, da custodire in noi e su cui meditare, è quella di sentire che è essenziale perseverare nella nostra comunità cristiana sentendoci membri vivi del corpo ecclesiale di Cristo. Ecco un'altra testimonianza dell'apostolo Paolo: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? Il pane che spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi che siamo molti siamo un solo corpo, perché tutti partecipiamo a quell'unico pane» (1 Cor 10,16-17). Partecipando al Corpo e al Sangue di Cristo, diventiamo membri vivi del suo Corpo ecclesiale. Ognuno di noi può trovare il proprio posto nella comunità cristiana servendo con gioia in qualche forma di ministero, sia in ambito liturgico, sia in attività di evangelizzazione, sia in espeienze di carità che concretizzano le opere di misericordia in mezzo a noi, promuovendo la pienezza della vita, la giustizia e la pace nella vita di tante persone povere e sofferenti. Vivere in Cristo significa rispettare la sua presenza viva e reale nei più poveri. La comunione eucaristica non si completa con la processione e l'adorazione del Santissimo Sacramento. Il giusto rispetto per la presenza reale di Gesù nel pane consacrato, portato in processione in questo solenne giorno del Corpus Domini, corrisponda al rispetto che nutriamo per la presenza reale di Gesù negli affamati, negli assetati, nei nudi, negli stranieri, nei migranti, nei malati, nei prigionieri, in tutti i poveri di questo mondo. Alla fine della nostra vita, avremo la certezza della «risurrezione nell'ultimo giorno» e della nostra comunione con tutti i santi, se avremo veramente compiuto opere di misericordia e di carità, riconoscendo Gesù nei più poveri e sofferenti. |