| Omelia (06-06-2026) |
| Missionari della Via |
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Romano Guardini scriveva: «La verità è debole, basta una piccolezza per oscurarla, il più stupido degli uomini può ferirla». Quando ci comportiamo come se il nostro modo di fare fosse neutrale e pensiamo di usare Dio per benefici personali, non cogliamo quanto la cattiva testimonianza devasti la verità nei cuori dei fedeli: stiamo sciupando le cose di Dio. È come dire che una manciata di terra può sporcare una fonte di acqua; sì, la verità è debole, possiamo inquinarla. Proprio nel tempio Gesù verifica questa dicotomia fra la fede dei piccoli (la vedova che dona più di tutti) e l'arroganza di chi crede di usare Dio, relegandolo al superfluo. Il Vangelo oggi ci mette davanti allo specchio: non basta "fare cose religiose", né rifugiarsi in un'apparenza di correttezza. La verità, come ricordava Guardini, è fragile non perché sia inconsistente ma perché può essere ferita. Basta davvero poco per ferire la verità: un gesto incoerente, una parola che distrugge invece di edificare, un atteggiamento di superiorità che umilia chi cerca Dio con cuore sincero. E questo accade, non possiamo negarlo. Non si tratta delle nostre fragilità che, se riconosciute, diventano persino luogo di grazia, ma di comportamenti deformati, di modi di fare che tradiscono una corruzione sottile del cuore. Gesù non sopporta la doppiezza: smaschera chi trasforma il sacro in un palcoscenico e, nello stesso tempo, esalta la fede nascosta, quella che non fa rumore. Spesso anche nella Chiesa, a ogni livello, si insinua il bisogno di mettersi in mostra. Non sempre per ottenere vantaggi materiali: talvolta si tratta di un potere più sottile, più elegante nelle forme, ma non meno pericoloso. Nasce quando viene meno la cura del cuore, quando la vita spirituale si assottiglia e lascia spazio alla ricerca di riconoscimento. È quella dinamica che il gesuita Baltasar Graciàn descrive con finezza: «Alcuni si fanno notare eccessivamente, o per affettazione o per noncuranza, comportandosi con tale stravaganza da mutare in difetto ciò che era solo desiderio di distinguersi» (Manuale e arte della prudenza, 153). Così, ciò che potrebbe essere un semplice bisogno umano di essere visti si trasforma in una competizione silenziosa, in un protagonismo che corrode la comunione e inquina. Il paradosso è che tutto questo può avvenire proprio mentre si parla di Dio, mentre si opera per Lui, mentre si abita il sacro. E allora che il desiderio di emergere diventa più insidioso: perché si ammanta di buone intenzioni, si traveste da zelo, si giustifica come servizio. Ma il Vangelo ci ricorda che la vera grandezza non si misura dalla visibilità, bensì dalla trasparenza del cuore. Dove c'è ricerca di tornaconto, anche il bene si contamina; dove c'è umiltà, anche il gesto più piccolo diventa luminoso. La vedova che dona tutto non è un esempio di eroismo, ma di autenticità. Lei non usa Dio, si affida a Lui. Non calcola, non trattiene, non pretende. È povera, ma libera. Chi invece manipola il sacro per ottenere prestigio, sicurezza o vantaggi personali finisce per svuotare il tempio dall'interno. Non è un problema di riti o di strutture, ma di cuore. E allora il Vangelo ci provoca: siamo più simili alla vedova o ai mercanti del tempio? Custodiamo la verità o la rendiamo opaca con il nostro modo di fare? Forse il primo passo è tornare ad essere generosi non appariscenti, come quella donna. Solo così il tempio torna a essere casa di preghiera luogo in cui la presenza di Dio non è adombrata dalle nostre megalomanie, non più luogo di scambio, ma di spiritualità, di comunione e dono. Il santo del giorno: San Norberto San Norberto nacque a Xanten intorno al 1085 in una famiglia nobile e benestante. Dotato di grande intelligenza, fu accolto nelle corti dei principi e dell'imperatore Enrico IV, dove condusse una vita agiata e mondana. Un episodio drammatico cambiò la sua esistenza: durante un temporale, un fulmine cadde vicino al suo cavallo. Rifugiatosi sotto una pianta, poco mancò che un fulmine non lo incenerisse. Rinvenuto, si ricordò della sua triste vita condotta fino allora e, come già S. Paolo, rivolse al Signore le parole: «Che vuoi che io faccia?». «Fuggi il male e fa' il bene, cerca la pace e seguila finché non la trovi». Queste parole le sentì nel profondo del cuore. Era la voce di Dio che ancora una volta lo chiamava, ed egli l'ascoltò e mutò vita per sempre. Lasciata la corte, entrò nel monastero di Sigeberto presso Colonia e fu ordinato sacerdote. Divenuto canonico, tentò di riformare gli abusi del clero, ma trovò ostacoli nella rilassatezza dei tempi, per cui, rinunziato al canonicato, camminando a piedi scalzi, e mendicando il cibo, andava annunziando ovunque la buona novella, finché si ritirò nel silenzio di Prémontré e lo seguirono altri tanto che nel 1121 fondò la Congregazione dei Canonici Regolari Premostratensi, adottando la Regola di Sant'Agostino. Durante un viaggio a Roma, passando per Spira, fu eletto arcivescovo dalla popolazione e dal clero, che lo acclamò come guida spirituale. Accettò e si dedicò con zelo alla riforma della Diocesi, nonostante opposizioni e tentativi di attentato. Colpito da una grave malattia, morì il 6 giugno 1134. Le sue reliquie, inizialmente a Magdeburgo, furono trasferite nel 1627 a Praga, nel monastero di Strahov, dove sono tuttora venerate. |