Omelia (02-06-2026)
Missionari della Via


I farisei e gli erodiani si avvicinano a Gesù con parole di lode autentiche nella forma ma false nell'intenzione. Partono da una sua qualità reale per costruire una trappola. La decisione di eliminarlo era già maturata ma la stima del popolo impediva un attacco diretto contro Gesù. Così scelgono la via più subdola: riconoscere il bene per usarlo come arma. Dopo un elogio tanto astuto quanto ipocrita, i farisei pongono a Gesù una domanda insidiosa riguardo alle leggi del tempo: è lecito pagare le tasse? Le tasse erano una vera vessazione per il popolo e una risposta sbagliata avrebbe potuto togliere a Gesù la simpatia della gente, ma non solo: se Gesù avesse detto di non pagare le tasse avrebbe significato mettersi contro il potere costituito, mettere in atto una ribellione politica.

Al tempo di Gesù era usuale contrapporre Dio e il potere temporale, come se pagare le tasse corrispondesse a non riconoscere la divinità di Dio. È così che, ad esempio, i zeloti pensavano che pagare le tasse significasse allearsi con gli occupanti e di conseguenza non essere dalla parte di Dio, prostrarsi a una potenza occupatrice e abusiva. Gesù non era un rivoluzionario populista, non cercava consensi facili né cavalcava il malcontento, perciò risponde secondo verità. Dare a Cesare quel che è di Cesare, significa restituire al mondo il suo e, al contempo, riconoscere a Dio il suo. È come dire che Cesare non può prendere il posto di Dio, nonostante sulle monete venga descritto come "Tiberio Cesare figlio del divino Agusto". Semplicemente non dobbiamo togliere a Cesare il suo, ma stabilire le giuste proporzioni. Siamo su piani diversi, non possono essere neanche avvicinati questi piani: Dio e Cesare.

«Pagare un'imposta non significava riconoscere Cesare come una divinità che gestisce la propria esistenza. Al contrario, ciò voleva dire che l'uomo, quando pagava il tributo a Cesare, non rinunciava o rinnegava in alcun modo di essere radicato nella fede al Dio d'Israele. L'uomo non la rinnegava perché si tratta di un'altra sua dimensione. Egli non diventa un traditore oppure un complice, ma prende conoscenza di chi gestisce il suo quotidiano, e che lo gestisce in maniera pragmatica e non religiosa. L'identità del credente del tempo di Gesù e quello contemporaneo si radicava e si radica altrove, in Dio. Dunque, Gesù stesso sostituiva la domanda dei suoi interlocutori con altre domande: "su cosa si fonda la vostra identità? È fondata sul Dio d'Israele? La vostra identità credente è fondata sull'Alleanza con il Dio di Abramo, d'Isacco e di Giacobbe?". Solo così si poteva capire che questa identità credente non era in nessun caso minacciata da un potere futile» (Daniel Marguerat).