Omelia (31-05-2026)
don Alberto Brignoli
L'amore ama. E niente più.

Se oggi vuoi avere visibilità, è sufficiente che ti avvicini a uno di quei luoghi in cui stanno facendo un processo mediatico dicendo che "hai visto" o "hai sentito" qualcosa, e anche se il fatto risale a una decina di anni fa o più, sicuramente hai la possibilità di essere chiamato a una delle tante trasmissioni televisive dal nome "forense" e oltre a diventare famoso è probabile che riesca a fare anche parecchi soldi. Dipende dalla capacità che hai di "processare" una persona, di farlo passare da perfetto sconosciuto a imputato in un battibaleno. Perché oggi la società ha bisogno di questo: di gente che venga imputata, giudicata, condannata indipendentemente dal fatto che questo corrisponda a verità. Se succede qualcosa, abbiamo bisogno di trovare subito qualcuno che paghi. Perché il concetto del "giudizio facile e rapido", spesso basato sul pregiudizio, oggi fa parte della nostra quotidianità, ed è più frequente di quanto pensiamo.
È sufficiente che un ragazzo abbia la capigliatura "rasta" per essere giudicato un cocainomane; è sufficiente che una donna abbia slacciato un bottone della camicetta per essere definita una di facili costumi; è sufficiente avere in mano una bottiglia di birra una sera in piazza per sentirsi dire "alcolizzato"; è sufficiente essere di madrelingua araba per essere considerato un terrorista; è sufficiente andare a messa tutte le domeniche per essere "bigotto"; è sufficiente parlare con due donne lungo la strada per essere definito un donnaiolo, così come essere giudicato "diverso" se a trent'anni non hai avuto ancora una storia con una persona dell'altro sesso. È sufficiente che un prete o un vescovo (anche un papa, a volte) parlino dei poveri che subito vengono definiti "comunisti".
C'è poco da fare: oggi - se sei un millimetro fuori dagli schemi - o vieni sottoposto alla gogna mediatica oppure sei oggetto di immediato giudizio, anzi di pregiudizio, a cui segue una condanna spesso definitiva, soprattutto quando è infondata.
Io mi chiedo spesso cosa ne sarebbe di noi, se anche Dio agisse secondo questo criterio del giudizio (o ancor peggio del pregiudizio) e della condanna. Certo, tutti noi molte volte invochiamo il giudizio di Dio, in particolare quando vediamo accadere fatti sconcertanti: "Se Dio venisse a sistemare le cose, staremmo tutti meglio". Ovviamente: purché la cosa non riguardi noi! Eh, già, perché il giudizio e la condanna devono essere sempre immediati e inappellabili quando sono applicati agli altri, ma quando siamo noi a dover essere giudicati da Dio, allora accampiamo sempre mille giustificazioni.
Per fortuna, Dio non condanna nessuno. O meglio, non è lui che lo fa; è l'uomo stesso a condannarsi, quando rifiuta di credere in un Dio che è amore: "Chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio". Così parla Gesù a Nicodemo, quando di notte quel fariseo in ricerca chiede a Gesù di poter conoscere la verità su Dio e sull'uomo. Esattamente come il Mistero della Solennità che celebriamo oggi, il Mistero di Dio nella sua natura, nella sua essenza, nella Verità delle sue manifestazioni.
Nicodemo, da buon "fariseo", ovvero "separato dagli altri" perché alla ricerca di Dio attraverso l'osservanza perfetta della Legge, ha in testa un'idea di Dio che verrà a giudicare il mondo, "separando" i buoni dai cattivi, portando alla gloria gli uni e alla condanna gli altri. Ma Gesù - proprio come avviene nel Giudizio finale narrato nel Vangelo di Matteo - gli risponde dicendo che "chi non crede nel nome dell'unigenito Figlio di Dio" è condannato dalle sue stesse opere. Il nome di Dio è amore e misericordia, come dice Dio stesso a Mosè nella prima lettura di oggi: per cui, da noi pretende solo amore verso gli altri, pretende solo che trattiamo ognuno dei nostri fratelli più piccoli e più poveri come tratteremmo lui.
"Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui". Che Dio non condanni, non significa che lascia passare tutto, o che permette all'uomo di autodistruggersi facendo del male agli altri e a se stesso; il giudizio di Dio è basato sull'amore, e l'amore non giudica, l'amore ama, e niente più. L'amore non condanna: l'amore ama, e niente più. L'amore non mette nessuno alla gogna: l'amore ama, e niente più. L'amore non sparla degli altri: l'amore ama, e niente più.
È questo, ciò che permette al mondo, a ognuno di noi, di essere salvato: la nostra capacità di amare, in qualsiasi modo e in qualsiasi forma, purché sia amore e non giudizio, amore e non condanna, amore e non distruzione. Il mondo non può andare distrutto o perduto, perché Dio lo ha amato al punto da mandare il suo Figlio per dare a noi la vita eterna.
E quando dico "vita eterna", non penso al Paradiso: a quello, come, se, e quando vi giungeremo, solo Dio lo sa. Penso invece a quella vita in abbondanza che ci è dato di vivere qui, oggi, nella concretezza di ogni giorno, grazie a un Dio che ci ha creati e che ci ama come un Padre, a un Figlio che ci ha mostrato fino in fondo cosa significhi amare, a uno Spirito che ci permette di fare altrettanto reiterando, lungo la storia, il mistero di un Dio-Amore che mai ha condannato e mai condannerà.
E se Dio (che tutto comprende e tutto conosce) non ci condanna, come ci permettiamo noi di fare gogne mediatiche, di sputare sentenze solo per avere un po' di popolarità, e di emettere pregiudizi su tutto e su tutti senza neppure sapere di cosa o di chi stiamo parlando?