Omelia (24-05-2026)
don Michele Cerutti
Spirito Santo dammi un cuore capace di amare

Siamo alle battute finali del tempo di Pasqua con la grande solennità della Pentecoste.
Non vi lascio orfani lo aveva detto Gesù nell'Ultima Cena invierò voi lo Spirito Consolatore, il Paraclito, che vuol dire colui che è vicino.
Non ci si limita alla dimensione della promessa, ma 50 giorni dopo la Pasqua questa diventa realtà.
Un dono che viene consegnato mentre i discepoli sono attraversati dalla paura e dal timore. Lo Spirito irrompe buttando giù porte, spalancando finestre per fare uscire tutti quei timori che ci abitano.
Arriva come un vento gagliardo che spazza via la polvere della rassegnazione. Si posa come lingue di fuoco, non per bruciare o punire, ma per riscaldare i cuori intirizziti dal timore.
Un termine che mi colpisce molto quando parliamo di Spirito Santo è quello di identificarlo come Consolatore.
Nel linguaggio comune, consolare significa spesso dire parole di circostanza, dare una pacca sulla spalla o offrire una distrazione passeggera per non pensare al dolore. Ma la consolazione dello Spirito Santo è di tutt'altra natura. Non è un anestetico per i nostri problemi, ma una presenza viva che scende nel profondo delle nostre ferite per guarirle dall'interno.
Ognuno di noi si porta dentro un carico di fatiche: i fallimenti del passato, le delusioni affettive, i sensi di colpa che logorano l'anima o la paura della solitudine. Spesso il nostro cuore è come un tribunale in cui noi stessi siamo gli accusatori più severi. È proprio qui che interviene il Consolatore. Lo Spirito Santo è l'avvocato difensore che si schiera al nostro fianco contro le accuse del male e della nostra stessa coscienza.
Il pneuma divino, donandoci la consolazione, favorisce l'unità tra i figli.
A Babele, gli uomini avevano un progetto ambizioso: scalare il cielo, farsi un nome da soli, contare solo sulle proprie forze. Il risultato di quell'orgoglio fu la divisione: non si capirono più e si dispersero. Babele è l'immagine di un mondo che, escludendo Dio, sperimenta l'incomunicabilità. È la tragedia dell'egoismo: quando ognuno parla solo la lingua del proprio interesse, l'altro diventa un estraneo o, peggio, un nemico. Anche oggi viviamo spesso in una "Babele moderna": parliamo la stessa lingua tecnologica, siamo iper-connessi, eppure facciamo un'enorme fatica a comprenderci, a livello familiare, sociale e internazionale.
A Pentecoste, lo Spirito Santo ribalta completamente questa logica. Non cancella le differenze culturali o linguistiche dei presenti - i Parti, i Medi, gli Elamiti continuano a mantenere la propria identità - ma compie un miracolo più grande: fa sì che tutti, pur parlando lingue diverse, comprendano l'unico annuncio delle meraviglie di Dio.
Lo Spirito non annulla la diversità per creare un'uniformità piatta. Al contrario, valorizza ogni singola cultura e storia personale, unendole in un'armonia meravigliosa. Qual è allora la lingua segreta di Pentecoste che tutti riescono a decifrare? È la lingua dell'amore, della misericordia e del perdono. È la lingua che si parla non con le labbra, ma con la vita.
Quando un cristiano si china su chi soffre, quando perdona chi lo ha ferito, quando accoglie chi è scartato, sta parlando la lingua di Pentecoste. Quella è una lingua universale, che non ha bisogno di dizionari: la capisce il colto e l'analfabeta, il vicino e lo straniero.
Oggi lo Spirito ci chiama a essere costruttori di ponti e non di torri. Ci chiede di abbandonare l'orgoglio di Babele, che divide le nostre comunità e le nostre famiglie, per apprenderne la grammatica dell'ascolto e dell'accoglienza. Chiediamo la grazia di essere docili a questa azione dello Spirito, affinché le nostre diversità non siano mai motivo di conflitto, ma una ricchezza da condividere per manifestare al mondo l'immensa bellezza del corpo di Cristo che è la Chiesa. Amen.