| Omelia (22-05-2026) |
| Missionari della Via |
|
Il Vangelo di oggi mostra il dialogo tra Gesù e Simone di Giovanni con una domanda riproposta tre volte. È un parlare al cuore, è un parlare del cuore. Molti studiosi hanno osservato che, nelle prime due domande rivolte da Gesù a Pietro, il verbo usato è agapàō, che indica l'amore pieno, totale, quello che la tradizione attribuisce a Dio. Pietro, però, risponde sempre con philéō, il verbo che esprime l'affetto sincero tra amici; ed è lo stesso verbo che Gesù utilizza nella terza domanda. Questa differenza non è casuale. Pietro comprende che l'insistenza di Gesù - resa ancora più intensa dal riferimento al fuoco, che richiama la notte del rinnegamento - tocca proprio la ferita del suo tradimento. Per questo non osa più promettere un amore elevato, quasi eroico, capace di dare la vita; riesce soltanto a dichiarare il suo affetto, il suo "volergli bene", con l'umiltà di chi ha imparato a non fidarsi delle proprie forze. Pietro ama con il suo amore umano, che è tanto debole e fragile. Gesù lo accetta e lo trasformerà in quell'amore divino capace di dare la vita per amore. Questa è la dinamica della fede di tutti noi: non dobbiamo temere di donare quel poco che abbiamo, perché quello che doniamo per amore Dio lo moltiplica! Tante volte abbiamo vergogna delle nostre cattive azioni, tendiamo a scoraggiarci, ma è proprio in questo momento che Gesù ci dice: mi ami tu? Egli non si sofferma sulle nostre mancanze, non ha rimproveri da farci, ma ci incoraggia continuando ad amarci. «Il dialogo tra Gesù e Pietro va trasferito nella vita di ognuno di noi. Sant'Agostino, commentando questo brano evangelico, dice: "Interrogando Pietro, Gesù interrogava anche ciascuno di noi". La domanda: "Mi ami tu?" è rivolta a ogni discepolo. Il cristianesimo non è un insieme di dottrine e di pratiche; è qualcosa di molto più intimo e profondo. È un rapporto di amicizia con la persona di Gesù Cristo. Tante volte, durante la sua vita terrena, aveva chiesto alle persone: "Credi tu?", ma mai: "Mi ami tu?". Lo fa solo ora, dopo che, nella sua passione e morte, ha dato la prova di quanto lui ha amato noi. Gesù fa consistere l'amore per lui, nel servire gli altri: "Mi ami tu? Pasci le mie pecorelle". Non vuole essere lui a ricevere i frutti di questo amore, ma vuole che siano le sue pecore. Egli è il destinatario dell'amore di Pietro, ma non il beneficiario. È come se gli dicesse: "Considero fatto a me quello che farai per il mio gregge". Anche il nostro amore per Cristo non deve restare un fatto intimistico e sentimentale, ma si deve esprimere nel servizio degli altri, nel fare del bene al prossimo. Madre Teresa di Calcutta era solita dire: "Il frutto dell'amore è il servizio e il frutto del servizio è la pace"» (p. Raniero Cantalamessa). |