| Omelia (17-05-2026) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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Vivere la storia coltivando la speranza Alcuni dicono che questa Domenica sia quella delle promesse. Nei capitoli 14 - 16 di Giovanni Gesù aveva infatti rassicurato i suoi discepoli che, pur andandosene da loro, non li avrebbe lasciati soli. Il suo non sarebbe stato un distacco ma solamente una variazione di presenza. Lui sarebbe stato con loro fino alla fine del mondo, avrebbe preparato per loro un posto per assicurare la comunione continua con Dio Padre e li avrebbe resi partecipi della sua vita divina. Inoltre, poiché da morto sarebbe risorto, avrebbe fatto risorgere anche loro con lui e poi, meraviglia delle meraviglie, avrebbe mandato lo Spirito Santo, il dono più grande, che li avrebbe resi certi ed entusiasti della sua presenza. "Se io non me ne vado, non potrà venire da voi lo Spirito della verità." Cosa succede adesso nel monte degli Ulivi alle porte di Gerusalemme ( Matteo dice che l'evento si sarebbe svolto in Galilea)? Gesù, che era disceso sulla terra, adesso "ascende" e la scena viene descritta per mezzo di eventi allusivi e immagini che indicano una realtà fondamentale: anche se presente in mezzo a loro, non se ne potrà fare esperienza immediata e diretta, né sensoriale. Dirà successivamente Paolo: "Che significa la parola "ascese" se non che prima era "disceso" quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose."(Ef 4, 9 - 10). Mandato dal Padre in forza dello Spirito Santo e assunta la carne da una donna sotto la Legge (Gal 4, 4 e ss), Gesù è il Verbo che era disceso, e adesso, poco fuori Gerusalemme, su un alto monte "ascende" verso il Padre, secondo i preannunci che ci venivano fatti per mezzo dell'evangelista Giovanni. Abbandona fisicamente la realtà precaria e insufficiente della nostra terra caratterizzata dal peccato e raggiunge il luogo della Perfezione e della Gloria che nulla ha a che fare con il peccato e con questo mondo. Il "cielo" non è infatti da intendere come il luogo stratosferico oltre le nubi dove siedono beati personaggi candidi e pacifici, ma piuttosto la dimensione pura del divino che non corrisponde alle limitatezze del nostro spazio e del nostro tempo. Daniele da qualche parte lascia intendere che il Cielo è Dio stesso. Riepilogando: Gesù Cristo Verbo di Dio, che per volontà del Padre era disceso su questo luogo provvisorio e peccaminoso condividendo con esso (senza assumerle) tutte le aberrazioni e le precarietà e conducendo la nostra stessa vita quale uomo fra gli uomini, adesso ascende, cioè smette le consuetudini terrene per riacquistare la dimensione che più gli compete, quella della gloria e della perfezione assoluta. Questo è il fenomeno che noi chiamiamo Ascensione. Le apparizioni angeliche però dicono agli apostoli, attoniti e basiti, che non è la fine. Anzi adesso comincia la vera vita di fede, la vera sfida del saper vedere nel quotidiano senza avvalersi delle facoltà sensoriali. Non bisogna restare a "guardare il cielo", cioè inerti e inattivi, ma occorre prodigarsi, organizzarsi, espletare la vita nella maniera differente ma concreta e non lasciarsi prendere dallo smarrimento. Guardare il cielo vuol dire sognare o aspirare ma se si resta sempre legati ai sogni questi non si realizzano mai. Occorre agire e fare questo nella fede e nella consapevolezza di non essere soli. Oscar Wilde diceva: "Regala la tua assenza a chi non apprezza la tua presenza" e Gesù non aveva detto assai diversamente affermando che "Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me". Adesso che ci manca fisicamente si avverte e si rimpiange la figura di colui che ci aveva accompagnati. Ma occorre guardare oltre con fiducia e coraggio, rinnovare la speranza e motivarla vincendo l'esitazione con l'azione e con la creatività per sconfiggere la nostalgia banale che può recare solo danno irreversibile. L'assenza di Gesù è infatti un invito alla fede perché adesso occorre accogliere e credere senza provare, ma solo aprendosi e confidando; è anche un monito alla speranza alimentata dalla serenità e dalla perseveranza nell'attesa: "Ciò che si spera, se è visto non è più speranza, ma se speriamo quello che non vediamo lo attenderemo perseveranti"(Rm 8, 24 - 25). La nostra speranza più grande è Cristo, ma come potremmo sperarlo se lo vedessimo, se ne facessimo esperienza sensoriale? Come potremmo viverne fruttuosamente l'attesa se lo avessimo ancora con noi nella forma assolutamente visibile? E' asceso perché maggiormente possiamo credere, sperare in lui e quindi attenderlo con fiducia, lasciando che sia lui a determinare giorno e ora del suo arrivo escatologico. Occorre quindi che anche noi non sostiamo a "guardare il cielo" con passività, nell'indolenza e senza alcuna iniziativa, ma che confidiamo che questo Gesù, asceso al cielo, cioè adesso fuori dalla nostra esperienza quotidiana, tornerà in un momento che solo a lui è dato conoscere; occorre attenderlo fiduciosi nella speranza e nell'operatività costruttiva, lavorando con zelo come se il suo domani fosse già oggi, cioè come se dovesse arrivare già domani. Con i piedi per tetta, inseriti nella concretezza storica oggi e quaggiù, cerchiamo le cose di lassù. |