| Omelia (17-05-2026) |
| don Alberto Brignoli |
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Non ci sono più scuse Il Regno di Dio è stato il tema iniziale del Vangelo di Gesù, il primo da lui annunciato all'inizio della sua missione. E l'attesa dei discepoli nei confronti di questo "Regno" è sempre stata grande: la maggior parte di loro aveva confuso l'idea del "Regno" con qualcosa di politico, con la riconquista della libertà del popolo d'Israele perduta a causa dell'invasione di Roma. Gli stessi invasori si erano lasciati persuadere che Gesù fosse un agitatore politico, e con questa condanna l'hanno messo in croce, consegnandolo alla storia, sacra e profana, come il "Re dei Giudei". Nonostante quel venerdì pomeriggio, sul Golgota, la loro delusione fosse stata grande, dopo quaranta giorni i discepoli insistono nella loro pretesa di avere un Regno tutto per loro: "Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il Regno per Israele?". Come a dire: "Adesso che sei risorto dalla morte e che anche la morte non è più invincibile, sei in grado di rimettere a posto le cose e di ridarci un Regno?". A volte, anche noi sembriamo avanzare pretese simili a queste. Quando diamo uno sguardo a questo mondo, ci viene voglia di dire a Dio che è ora di intervenire, di mettere a posto le cose, di mettere mano a questo mondo, a dir poco penoso. Sarebbe ora che Dio rivelasse agli uomini la potenza del suo Regno, che si dimostrasse più efficace nel far capire agli uomini le sue intenzioni, che non perdesse più tempo di fronte ai drammi dell'umanità. Ma i tempi del Regno di Dio non sono i nostri tempi. Perché "non spetta a noi conoscere tempi o momenti che il Padre ha rivelato al suo potere": e con queste parole, Gesù chiude ogni discorso, perché poi una nube lo sottrae allo sguardo dei discepoli. La nube, nella Bibbia, indica uno spazio di incomprensione che avvolge Dio di mistero; è un simbolo utilizzato per dirci che tra lui e noi rimane sempre un velo di mistero che solo lui, con i suoi tempi, è in grado di svelare. Il Regno di Dio è già in mezzo a noi: ma il suo disegno, nella sua globalità, rimane per noi ancora incomprensibile. Questo mistero, tuttavia, non giustifica la nostra accidia, il nostro mancato impegno, la nostra inattività. Non possiamo dire: "Mentre il Regno di Dio non sia ancora compiuto, io me ne sto a guardare". Anche i discepoli stettero a guardare, mentre Gesù saliva al cielo, e furono rimproverati da quegli stessi uomini in bianche vesti che, il mattino di Pasqua, dissero alle donne di non cercare tra i morti Colui che era vivo: "Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?". Come i discepoli, anche noi troppo spesso ci fermiamo a guardare il cielo. A volte sentiamo nostalgia delle "cose di lassù", forse perché non ne possiamo piú di "quelle di quaggiù"; a volte, invece, non accettiamo di dover rimanere avvolti nella nube del mistero e dell'incomprensione. In entrambi i casi, si tratta di una perdita di tempo: quel Gesù "verrà un giorno nello stesso modo in cui se n'è andato". Vale a dire che, se i tempi e i momenti di Dio non possono essere da noi compresi ora, non lo saranno nemmeno quando Dio deciderà di tornare sulla terra, alla fine dei tempi. "Nel frattempo", ovvero fra un tempo e l'altro, è arrivato il nostro tempo: è giunto il momento di dire il nostro "sí" al progetto del Regno di Dio. È terminato il tempo di Gesù sulla terra: è iniziato il tempo della Chiesa, quel tempo in cui, forti dello Spirito Santo, abbassato lo sguardo verso la quotidiana realtà di questo mondo, ci voltiamo indietro le maniche e costruiamo quel pezzo del Regno di Dio che ci è stato affidato. Per fare questo - ci dice la conclusione del Vangelo di Matteo - dobbiamo "andare in Galilea", su quel monte dove tutto era iniziato, quel monte delle Beatitudini, forse, dove per la prima volta era stato annunciato il Regno di Dio. Bisogna tornare alle origini della nostra fede, al momento in cui Gesù ci ha conquistati con le sue parole e lo abbiamo seguito. Adesso, però, tutto si fa più difficile, per i discepoli, perché c'è stato di mezzo il drammatico momento della croce, in cui tutti lo avevano abbandonato e avevano smesso di credere in lui. Tant'è vero che, il giorno dell'Ascensione, sul monte di Galilea, "essi dubitarono". E così, il Maestro, con la sua pazienza infinita, si avvicina a loro e lancia una nuova proposta, che suona più come un compito, una missione: "Andate... fate discepoli... battezzate... insegnate". Facile a dirsi... ma chi ci può riuscire? Con quali possibilità? Che strumenti abbiamo a disposizione, noi che - come i suoi discepoli - dubitiamo e continuiamo a dubitare, soprattutto delle nostre possibilità, di fronte a un mondo che va in tutt'altra direzione, rispetto al Vangelo? Questo, però, è un problema solo nostro. Il Maestro, questo problema non l'ha, perché - dice loro -"mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra". È lui, la forza. È lui, lo strumento. È lui, la possibilità. È lui - per riprendere una delle sue frasi più famose - "la Via, la Verità e la Vita". E soprattutto, ci ricorda che non saremo mai soli: "Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo". Non si può più aspettare. Non ci sono più scuse per stare lì, fermi, a guardare il cielo... |