| Omelia (10-05-2026) |
| don Andrea Varliero |
|
Non più orfani Orfani, privi di un qualcosa di fondamentale, privi di una madre e un padre. Quella brutta sensazione nel sentirci come orfani, parola ottocentesca che sa di istituto, parola intrisa di grigio, di lacrime trattenute, di occhi fissi nel vuoto, di futuro minacciato. Parola impolverata, che non usiamo quasi più. Orfani anche di qualcosa di spirituale: di una guida, di un riferimento, di un maestro, di un altro che ci permetta di crescere. Orfani anche di qualcosa di sociale: privati di uno slancio, di un ideale, di una storia che ci appartenga, di una speranza da progettare insieme. Orfani: traballanti, privi di, minacciati, già marchiati per la vita intera. Una società orfana, una comunità orfana, una vita orfana. Papa Leone lo ha indicato ai nuovi vescovi: «Non fatevi cercare, fatevi trovare. E fate in modo che i presbiteri, i diaconi, le religiose e i religiosi, le laiche e i laici impegnati nell'apostolato non si sentano mai soli». Parafrasando: che non si sentano orfani, la peggiore sensazione sulla nostra pelle. Quante volte ci sentiamo come i discepoli, lasciati soli. E tuttavia, non possiamo unicamente viverlo su di noi, siamo chiamati a fare esame di coscienza verso gli altri. Due sono le domande che salgono al cuore: «Quando mi sono sentito orfano, nella mia vita?»; «Quando ho lasciato orfano quella persona?». Non solo orfani, ma anche avendo tirato i remi in barca ad una paternità e maternità piena. Quell'uomo, che per tre anni ha riempito la vita ai discepoli, oggi annuncia a loro una distanza. Una giusta distanza. Quella distanza necessaria tra madre e bambino, perché il bambino possa camminare. Quella distanza necessaria tra padre e figlio, perché il figlio possa seguire la propria strada. Quella distanza necessaria a due innamorati, per non rimanere chiusi dentro una bolla di simbiosi. Amarsi e onorarsi: desiderare e lasciare maturare, vicini e distanti insieme. Quella distanza necessaria alla vita, per non soffocare, per non uccidere. Non vi lascerò orfani. Quella distanza necessaria è colmata ora dallo Spirito, dalla presenza del suo Spirito dentro di noi. Ora non è più accanto a noi, non cammina più fisicamente vicino a noi; ora è dentro di noi. «Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono dovunque noi siamo», scrive Sant'Agostino. Dio dentro di noi, Dio ovunque noi siamo, Dio respirato. Se uno ha Dio dentro, allora ha tutto il necessario. Non ci lascerà orfani, c'è un Paraclito con noi. Paraclito è parola non traducibile, percorre così tante strade di significato. Il Paraclito è il nostro difensore, Colui che ci chiama a sé. Ho sempre pensato a Dio come giudice, come severo e lontano e distaccato giudice, e lo incontro come avvocato, avvocato difensore. Sono così bravo a condannarmi, che un avvocato difensore non so neanche chi sia. Sono così bravo ad assolvermi, che di un avvocato difensore non ne conosco la funzione. Un avvocato che difenda dal puntare il dito solo per sentito dire, che difenda il cuore. Chiedi al Paraclito, quando sentiamo interiormente quella continua vocina che denigra, accusa, sminuisce, deforma, minimizza, sentenzia, ridacchia. Chiedi al Paraclito, che ci difenda da volto e volti deformati. Chiedi al Paraclito, che ci restituisca il nostro volto più vero, quello di figli di Dio. Il Paraclito è il nostro compagno di viaggio, Colui che cammina accanto a noi. Ho sempre pensato a dover camminare in solitaria, eppure oggi cammina con me. Cammina con me, come desiderio immenso. Cammina con me, quando sono stanco e mi vorrei fermare. Cammina con me, quando ho perso la bussola e la direzione, mi sono smarrito. Paraclito è il consolatore, quell'amico che asciuga le lacrime con un abbraccio. Consolatore nella tenerezza, nella paura più profonda del vuoto e nelle lacrime più disperate. La nostra scelta spirituale, frutto di questa Pasqua: non continuare a vivere da orfani, ma come figli, con Dio che vive dentro di noi. Dio avvocato, Dio compagno di strada, Dio consolatore. |