Omelia (10-05-2026)
diac. Vito Calella
Mansuetudine, timore di Dio e buona coscienza

Il contesto della polarizzazione
Viviamo in un contesto culturale di polarizzazione tra gruppi opposti. In politica, cresce lo scontro senza dialogo tra partiti di sinistra e di destra; nella società, influenzata dai social media, si formano gruppi di interesse chiusi, dove chi non condivide le stesse idee e interessi viene trattato come un estraneo e un potenziale nemico. Nella Chiesa stessa, si assiste a un'opposizione tra conservatori, tradizionalisti e riformatori, progressisti; si osserva un contrasto tra movimenti ecclesiali e gruppi pastorali, tra un modello di leadership pastorale più sinodale e un modello ancora incentrato sul potere clericale del sacerdote. Anche Gesù, durante la sua missione terrena, fu condannato a morte perché manifestò la misericordia e la fedeltà di Dio Padre, che va incontro ai più poveri e peccatori. Ma questa apertura e libertà di Gesù si scontravano con il radicalismo religioso dei dottori della Legge, dei farisei, degli scribi, deei sacerdoti, basato sulla rigorosa osservanza dei precetti della Legge di Mosè. Gesù guariva di sabato; ma questo non era permesso dalle autorità della religione giudaica. Gesù toccava i malati; ma questo atteggiamento contrastava con le regole di purezza. Gesù perdonava i peccatori; ma questi venivano condannati ed esclusi dal tempio e dalle sinagoghe. Non è conforme alla volontà di Dio Padre praticare una religione in cui le autorità e alcuni membri giudicano e dividono le persone in giusti e peccatori, degni e indegni, veri e ipocriti. Gesù diede a Giuda Iscariota, il traditore, e a Pietro, che lo avrebbe rinnegato tre volte, il suo Corpo e il suo Sangue, attraverso l'offerta del pane e del vino nel contesto di queel'ultima cena pasquale che istituì l'Eucaristia. Imitando Gesù, siamo chiamati a vivere nella nostra comunità cristiana desiderando essere testimoni della misericordia e della fedeltà di Dio Padre, che vuole la salvezza di tutti. Vogliamo anche essere anelli di comunione, di riconciliazione e mai di divisione, perché dove c'è separazione, opera un'azione diabolica, contraria a quella dello Spirito Santo.
Essere in intima comunione con Cristo come Gesù lo è in Dio Padre.
Nel Vangelo di questa domenica, Gesù rivela al gruppo dei suoi apostoli che non li lascerà orfani, ma che ritornerà (cfr. Gv 14,18-19). È un linguaggio simbolico, tipico dell'evangelista Giovanni, per esprimere l'imminente evento della sua morte e risurrezione. Siamo invitati a credere nell'evento liberatorio della morte e risurrezione di Gesù per rafforzare, ogni giorno di più, il nostro rapporto di intimità e comunione con Cristo, così come Egli è in comunione con Dio Padre: «In quel giorno comprenderete che io sono nel Padre mio, voi siete in me e io sono in voi» (Gv 14,20). Impariamo dall'apostolo Paolo, che nelle sue lettere ripete continuamente la bellezza e la sfida del vivere «in Cristo», e ci offre la sua splendida testimonianza di vita: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. E la vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). È lo stesso invito che ascoltiamo oggi attraverso l'autore della Prima Lettera di Pietro: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). Come possiamo vivere questa profonda e feconda intimità con Cristo ed essere anelli di comunione?
Con mitezza, timore di Dio e buona coscienza
L'autore della Prima Lettera di Pietro continua scrivendo: «questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» (1 Pt 3,16a).
Scegliere e praticare l'atteggiamento di mitezza
Partendo da quanto già detto dallo stesso autore della Prima Lettera di Pietro, osserviamo l'esempio di alcune donne della nostra comunità che ci comunicano «l'incorruttibilità di uno spirito mite e tranquillo», perché sono più preoccupate di adornare il loro cuore che il corpo con gioielli, acconciature e bei vestiti (cfr. 1 Pt 3,1-6). Ricordiamo però che Gesù ha predicato la mitezza come una delle beatitudini: «Beati i miti, perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). La mitezza è la capacità di essere vigili per evitare di essere influenzati da atteggiamenti di arroganza, orgoglio, potere, competizione, gelosia e invidia, che generano divisioni nella comunità. Si tratta della capacità di controllare i sentimenti di rabbia e risentimento quando sorgono conflitti nelle nostre relazioni. La Parola di Dio, per mezzo dell'autore della Seconda Lettera a Timoteo, ci esorta dicendo: «Il servo del Signore non deve essere litigioso, ma mite con tutti, capace di insegnare, non risentito. Deve ammonire con mansuetudine gli avversari, affinché Dio conceda loro il ravvedimento, la conoscenza della verità e il senso di sacrificio di sé, e così si liberino dal laccio del diavolo, che li ha fatti prigionieri per fare la sua volontà» (2 Tm 2:24-26).
La mitezza si fonda sull'accettazione dei nostri limiti, sulla purificazione dei nostri cuori da ogni tipo di attaccamento e pretesa. L'atteggiamento di mitezza è possibile solo quando comprendiamo che la nostra iniziativa umana da sola non risolve nulla. Siamo chiamati a scoprire la vera «eredità» che tutti riceviamo gratuitamente attraverso la morte e risurrezione di Gesù. Non si tratta più dell' «eredità della terra» desiderata dal popolo eletto d'Israele, ma dell' «eredità» della ricchezza qualitativa dello Spirito Santo effuso nei nostri cuori. Non dimentichiamo mai che «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili. E colui che scruta i cuori sa qual è il pensiero dello Spirito, perché lo Spirito intercede per i santi secondo la volontà di Dio» (Rm 8,26-27). La mitezza consiste nel liberare il nostro cuore e la nostra mente da ogni tipo di attaccamento alle nostre convinzioni, alle cose di questo mondo, per permettere allo Spirito Santo di agire liberamente in noi. Allora impariamo a praticare il rispetto!
Scegliere e praticare l'atteggiamento del timore di Dio o del rispetto.
Il timore di Dio è l'atteggiamento rispettoso verso la differenza che esiste nella vera comunione tra il divino e l'umano, tra Dio e noi, creature umane. Siamo e saremo sempre creature limitate, con una visione sempre ristretta e imperfetta della verità della situazione, della verità dell'esistenza dei nostri fratelli e sorelle che condividono con noi la vita comunitaria, della verità dell'esistenza di ogni essere umano con cui entriamo in relazione. Chi siamo noi per giudicare gli altri? Lasciamo il giudizio al nostro Creatore, Redentore e Santificatore! Impariamo a vivere tra noi relazioni di gratuità, che si realizzano nel reciproco rispetto, un rispetto che apre vie di dialogo e porta a soluzioni di riconciliazione e di pace quando sorgono conflitti e incomprensioni. Possa la comunione eucaristica con il Corpo e il Sangue di Gesù aiutarci a rafforzare questo atteggiamento di rispetto e timore di Dio che promuove la comunione e la fraternità. Nei cammini del dialogo e della riconciliazione, allora prevale l'atteggiamento di una buona coscienza.
Scegliere e praticare l'atteggiamento di una buona coscienza.
L'atteggiamento di una buona coscienza può essere interpretato come segue: è la scelta di invocare incessantemente lo «Spirito Santo, Spirito di verità» affinché le nostre menti e i nostri cuori siano sempre più arricchiti dalla ricchezza della Verità che è la Parola di Dio: luce per il cammino della nostra vita, fonte essenziale in ogni processo di discernimento. Gesù non ha lasciato nulla di scritto su tutto ciò che ha detto e fatto durante la sua vita perché conosceva e si fidava del principale autore di tutti i testi sacri: lo Spirito di Verità. Attenzione! Gesù ci avverte: «Il mondo non può ricevere lo Spirito di verità, perché non lo vede e non lo conosce» (Gv 14,17a). Molti non vedono e non conoscono lo Spirito Santo, lo Spirito di verità, perché non scelgono di mangiare i frutti abbondanti dell'albero della vita della Parola di Dio. Tuttavia, «noi conosciamo lo Spirito di verità, perché dimora con noi ed è già in noi» (Gv 14,17b), affinché la Parola ascoltata, pregata e custodita in noi ci faccia diventare anelli di comunione nelle nostre relazioni umane.