| Omelia (07-05-2026) |
| Missionari della Via |
|
«Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore». Sono belli questi due verbi osservare e rimanere. Sono conseguenziali, perché rimane nell'amore solo chi osserva i comandamenti. Il primo verbo, osservare, non significa "guardare da lontano" i comandamenti, pensando che il Vangelo sia bello solo da leggere. No, osservare in maniera evangelica significa obbedire. Gesù ci dice che per rimanere nel suo amore occorre osservare la sua Parola, che spesso ci mette in crisi perché ci chiama a scelte evangeliche, a scelte coraggiose. Le compie chi ha compreso che il rimanere con Cristo vale più delle cose che può perdere, più della stessa vita! L'altro verbo è rimanere. Nel Vangelo secondo Giovanni ricorre molte volte. Noi abbiamo un grosso problema nel rimanere, nell'essere costanti. Quanta difficoltà a rimanere fedeli! Non riusciamo a rimanere con le persone e le lasciamo; iniziamo tante cose, poi ci stanchiamo e lasciamo. Siamo chiamati a rimanere, a stare nelle situazioni difficili e, invece, molte volte scappiamo vivendo da fuggiaschi. Eppure una persona cresce quando sa stare sotto il peso di qualcosa, come Maria che stava sotto la croce: stava, rimaneva lì perché quello era il suo posto. Ed è lì, nello stare, nel rimanere che uno impara ad amare! «Il rimanere è la condizione che identifica i discepoli di Gesù. Non sono i più bravi, i più religiosi o i più morali. Sono semplicemente quelli che rimangono presso di Lui e in Lui. Il cristianesimo è sempre così: innanzitutto un incontro, occasione data, assolutamente gratuita. Lo stupore e l'attrattiva dell'incontro stesso sollecitano la libertà a rimanere, a starci a quell'incontro. E' in questa convivenza che lo stupore iniziale e la scoperta crescono, proprio perché le occasioni per stupirsi ancora di quella presenza si moltiplicano. Se Giovanni e Andrea, che pur lo riconobbero quel giorno come Messia, non l'avessero più visto, pur conservando per sempre l'impressione della sua eccezionalità, si sarebbero nella vita come dimenticati di Lui. Invece, riaccostandolo, si approfondiva l'impressione originale. Gesù stesso, per dare un'immagine del rimanere per portare frutto, usa la metafora della vite e dei tralci (Gv 15,4-8): "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla". Il rimanere non è sterile, si riconosce dal fatto che porta frutti. Cioè dal cambiamento che lo stesso rimanere gratuitamente provoca. Come ha detto don Giussani, accennando al rimanere di Giovanni e Andrea quel pomeriggio presso di Lui: "Che cos'è avvenuto in loro? Non è stata in primo piano la soluzione dei problemi, ma uno stupore, lo stupore di una Presenza. Seguendo questo stupore hanno cambiato anche la vita"» (p. Ignace de la Potterie). |