Omelia (03-05-2026)
don Andrea Varliero
Scrivere un testamento spirituale

Sorella morte è spesso di casa nelle settimane, accompagnando tanti familiari e tante persone, alla liturgia che affida i nostri cari al Signore Risorto, al distacco definitivo. E sento che qualcosa rimane, sempre. Che rimane il bene, unicamente il bene. Le cose materiali a volte dividono, sono di intralcio, causano fratture. Le puntigliosità, i limiti umani, le inconsistenze che ogni nostra vita porta con sé, subito sono dimenticati. Rimane un testamento spirituale: sì, un testamento spirituale che cammina sempre con noi. Un testamento spirituale: che cos'è? Lo intendo come il modo in cui abbiamo vissuto le nostre scelte fondamentali, i valori per i quali ci siamo spesi nei nostri giorni. Il nostro sguardo di fiducia, nonostante tutto; la nostra speranza, anche quando era mare in tempesta; il nostro amare, anche quando ci hanno sbarrato le porte in faccia. È quello che rimane, quando tutto attorno sembra così fragile e debole, inconsistente. Scrivere un testamento spirituale: fa bene a noi ed è un dono immenso per chi lo leggerà dopo di noi. Sarà il nostro vivere oltre i limiti dei giorni. Se penso ai miei cari, sento che il loro testamento spirituale è scritto nella mia vita.
Anche Gesù lascia un testamento spirituale a tutti noi. Lo abbiamo appena ascoltato nel Vangelo, nel banchetto dell'ultima cena: tra pochi attimi entrerà nella notte della Croce. Scrive nella memoria di chi lo ha amato il testamento spirituale, dice di sé di essere Via, Verità e Vita.
Via. Gesù narra di se stesso come una strada: non un porto sicuro, non un punto fermo, e neanche un posto di blocco, non un castello, né un fortino asserragliato, ma via. Strada aperta, strada carica di imprevisti, per niente sicura. Strada di incroci e di errori. Strada che impolvera e contamina, che costringe ad essere medicanti e pellegrini. Strada che, se percorsa, ci arricchisce, continuamente. Lungo la strada avvengono gli incontri più significativi, l'incontro con la vera sofferenza, l'incontro di chi però ha ancora tanta speranza e allora guarda, cammina. «Che si fa di solito per strada? Si sogna. Si sogna di cose più o meno precise, ci si lascia trascinare dalle ambizioni, dai rancori, dal passato. È uno dei luoghi più meditativi della nostra epoca, è il nostro santuario moderno, la Strada» (Celine). Dice di sé che è la via: significa che lo incontrerò solo se riprenderò il passo, se mi rimetterò a camminare insieme con Lui. Significa che lo conoscerò unicamente se uscirò da quella stanza chiusa dentro di me. Mentre camminerò, Lui camminerà con me, Lui stesso sarà quella strada che si chiama vita.
Dice di se stesso di essere la Verità. Allora non cercherò la verità in una nozione, e neanche in un concetto, ma sarà sempre una persona, la verità. Vivo giorni in cui tutto diventa divisivo, in cui devo prestare profonda attenzione a quello che guardo, a quello che ascolto, a quello che leggo. Forse, un po' ho rinunciato alla verità, faccio fatica a comprenderla, l'autenticità. Del resto, un proverbio dice che la prima a morire in tempo di guerra è proprio la verità. Dove incontrarla, dunque? Nella persona, nella sua carne fragile, nel suo bisogno, nella sua domanda, nel suo silenzio. La verità è una persona, in silenzio davanti al potere del mondo, davanti a Pilato.
Lascia detto di se stesso che Lui è la Vita. Quale vita? Quella vita che vale la pena essere vissuta, una vita piena. Una vita smisurata, capace di oltrepassare ogni limite, capace di guardare oltre, di oltrepassare il tempo e lo spazio. Una vita che rimane sempre spiritualmente giovane e appassionata. Vita accesa.
Rimango colpito di come la via, la verità e la vita siano come tre rami intrecciati, nessuna delle tre sia comprensibile senza l'altra. Lungo la strada, lungo il cammino, vita e verità saranno mie compagne di viaggio. Nel ricercare la verità, avrò sempre urgenza di vita e di strada. Per amare la vita, saranno accanto a me il cammino e l'autenticità.
Filippo non riesce a reggerne il peso: «Mostraci il Padre, ci basta». E Gesù chiede di voltarci indietro: sono sempre stato con te, e tu non mi hai conosciuto? E dunque: perché non scrivere un testamento spirituale per i nostri nipoti, per i nostri colleghi, per nostra moglie, per i nostri figli? Per indicare la via, la verità e la vita. Per indicare che in certi momenti della nostra vita, senza rendercene conto, Dio ci ha preso per mano.