Omelia (26-04-2026)
don Alberto Brignoli
Vita in abbondanza

La "Domenica del Buon Pastore" di quest'anno ci presenta la prima parte del discorso riportato dal capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, nella quale Gesù non si descrive ancora come "il Buon Pastore" (come farà più avanti), bensì come "la porta delle pecore". Una terminologia strana, non c'è che dire. Tant'è vero che Giovanni ci dice che i suoi uditori "non capirono di che cosa parlava loro".
Forse è bene fare un passo indietro nel testo di Giovanni. Gesù si trova nell'atrio del Tempio di Gerusalemme, dove pochi istanti prima aveva guarito il cieco nato in giorno di sabato (lo abbiamo ascoltato in Quaresima): a seguito di quel miracolo e della discussione che ne era nata, i capi del popolo avevano "cacciato fuori" dal tempio e dalla sinagoga il cieco guarito perché aveva riconosciuto in lui il Messia.
Gesù parte proprio da questo gesto del "cacciare fuori" per annunciare se stesso come "la porta delle pecore", che apre il recinto, che "spinge fuori tutte le sue pecore" dall'ovile e poi, come farebbe un vero pastore, cammina davanti a esse e le guida. Giovanni nel suo testo usa lo stesso identico verbo: i capi del popolo "cacciano fuori" il cieco guarito dalla sinagoga, mentre Gesù "spinge fuori" le pecore dall'ovile. Questo significa che ciò che i capi del popolo avevano compiuto come un'esclusione dalla comunità (una sorta di "scomunica"), Gesù - grazie all'azione redentrice della Pasqua - lo trasforma in una "liberazione", con la quale fa uscire il nuovo popolo di Dio, suo gregge, dalle ristrettezze e dalla cecità di una legge fatta di divieti e di obblighi, più che di attenzione alle persone.
E ci sono altri particolari interessanti, in questo brano. Il termine usato da Giovanni per indicare il "recinto" delle pecore non indica un ovile o una stalla. È un termine che andrebbe tradotto con "atrio": ed è l'atrio del Tempio dal quale Gesù sta parlando, ma pure l'atrio della casa del Sommo Sacerdote dal quale egli uscirà, dopo la condanna del Sinedrio, per portare a termine la sua passione e quindi l'opera della redenzione. Una volta aperta la porta di quest'atrio, egli chiama le sue pecore e le "conduce fuori": e qui, Giovanni utilizza lo stesso termine con cui, nell'Esodo, si indica la fine della schiavitù dell'Egitto e l'uscita verso la Terra Promessa. Questo significa che la missione di Gesù nella storia è principalmente quella di un liberatore, venuto a "far uscire" il suo popolo, il suo "gregge" da una situazione di schiavitù che non è solamente quella del peccato personale, ma anche quella di una serie di strutture, di istituzioni, di leggi e di comportamenti che invece di aiutare a crescere nell'amore di un Dio che dà la vita, portano il popolo ad allontanarsi da Dio, e a cadere nel baratro dell'oppressione, dello sfruttamento, della sottomissione alla Legge. E questo, a causa della perversa appropriazione del potere da parte di coloro che si rivelano false guide e falsi pastori ("tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti, che vengono per rubare, uccidere e distruggere", dice Gesù sempre in questo brano).
Per questo, Gesù più avanti si rivelerà come il Buon Pastore: perché egli non è - come alcuni capi del popolo - "un ladro che viene per rubare, uccidere e distruggere". Egli è venuto perché chi entra attraverso di lui, porta delle pecore, possa essere salvato: "Entrerà, uscirà e troverà pascolo". Egli, in definitiva, è venuto" perché tutti abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza".
Da oltre sessant'anni, in questa domenica la Chiesa, ispirandosi proprio a Gesù Buon Pastore, celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni.
Che bello, se le preghiere elevate a Dio in questa giornata da tutta la terra, ci ottenessero il dono di una Chiesa guidata sempre da pastori che possano essere vere guide, veri liberatori, vere "porte" aperte che permettano alla gente di entrare e uscire dai loro problemi della vita quotidiana verso l'incontro con un Dio che dà la vita e la dà a tutti in abbondanza! Mentre invece, spesso, abbiamo a che fare con pastori capaci solo di chiudere le porte: e non solo quelle delle chiese...
Che dono grande per l'umanità, se la Chiesa fosse sempre testimone vivente di questo respiro di libertà e di vita che Cristo ha annunciato e che ha affidato alla comunità dei discepoli! Mentre invece, spesso, abbiamo l'impressione di vivere in una Chiesa che soffoca, invece di aiutare a respirare...
Che grazia impagabile sarebbe, quella di poterci avvicinare a uomini e donne di Chiesa che non incutano terrore e timore per l'esercizio indebito della loro autorità, ma che manifestino la loro autorevolezza con atteggiamenti di profonda misericordia, di accompagnamento, di pazienza, di accoglienza, di autentica liberazione! Mentre sappiamo bene quanto sia difficile - e lo dico facendo "mea culpa" - incontrare pastori che sappiano perdere tempo per ascoltare le proprie pecore...
Che bello, se invece di fare tanta poesia definendo noi stessi come "pastori a imitazione di Cristo Buon Pastore", lo imitassimo per davvero, imparando a non imprigionare la gente nelle maglie strette di un ovile che soffoca e opprime, ma a fare in modo che nella Chiesa tutti si sentano liberi, in qualsiasi momento, di entrare e uscire e di trovare pascolo.
Perché - non dimentichiamolo - Gesù non è venuto per impadronirsi delle vite e delle coscienze delle persone, ma "perché tutti abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza".