| Omelia (29-04-2026) |
| Missionari della Via |
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Il brano di oggi è un altro testo consolante ed emozionante, che ci consegna chiavi preziose per "alleggerire" il peso della vita. Anzitutto Gesù loda Dio Padre perché ha scelto di farsi conoscere non dai sapienti orgogliosi che pensano di sapere tutto, di capire tutto, di tener tutto sotto controllo ma dai piccoli, dai semplici, da quanti sono capaci di fiducia, di affetto sincero. Qui non è un problema di quoziente intellettivo ma di umile apertura di cuore. La Chiesa annovera tra i santi persone illetterate e dotti studiosi; ciò che li accomuna è l'amore per il Signore e la piccolezza interiore. Perciò, in primis Gesù invita a venire a Lui, dunque a credere in Lui, ad aprirci alla sua grazia, al suo perdono, alla condivisione con i fratelli e le sorelle nella fede. Uno dei nostri problemi è pensare di farcela da soli, o pretendere di farcela da soli; anche da credenti, spesso la nostra preghiera è flebile perché ancora non ci siamo veramente affidati al Signore. Tante nostre cadute nel peccato sono causate da mancanza di umiltà. Nell'ora della tentazione, non ci fermiamo, non cerchiamo veramente il Signore, ma illusi di farcela da soli, a furia di fissarla o dialogare con essa, ci finiamo dentro con tutte le scarpe! Neppure la sola avvertenza di non farcela basta: tutto dipende da come la gestiamo. C'è chi si scoraggia ancora di più e si intristisce, cadendo nell'orgoglio; e chi la sfrutta come campanello d'allarme, aprendosi alla relazione d'aiuto. Ciò non vale solo nell'ambito della fede ma anche delle relazioni; il problema non è avere un problema, ma che ne faccio! Lo nascondo? Mi ostino a volerlo risolvere da solo? O mi apro a chi può aiutarmi? In fondo, è quanto Gesù conferma subito dopo dicendo: «prendete il mio giogo». Il giogo era uno strumento che univa due buoi perché camminassero insieme portando l'aratro. Al tempo di Gesù si parlava spesso del "giogo della legge" che però era diventato pesante: tante regole e sotto-regole, che alimentavano sensi di colpa e paura di sbagliare... Gesù invece parla del "suo" giogo, del giogo che si porta con Lui, camminando con Lui. Il giogo è pesante quando vogliamo essere all'altezza dell'immagine di noi stessi che abbiamo nella mente; il giogo di Gesù è leggero perché significa accettare di essere figli. Il giogo pesa quando fomentiamo ansie da prestazione, quando diamo troppa importanza al giudizio degli altri; quando coltiviamo l'idea di valere solo se produciamo, solo se riusciamo; il giogo di Gesù è leggero perché è il giogo dell'amore, di chi non vive per sé ma per donare sé. Il peso che stanca il cuore non è ciò che Dio chiede, ma ciò che ci imponiamo da soli: l'urgenza di riuscire, la paura di fallire, la fatica di dover essere sempre all'altezza, di cambiarci da soli. Gesù si colloca esattamente lì, dove siamo piegati sotto il peso delle aspettative, e ci dice: «Prendete il mio giogo». Non per caricarci di più, ma per alleggerire la vita dall'interno. Il giogo non è dunque una croce in più che si aggiunge alle nostre fatiche quotidiane; è la forma nuova con cui quelle fatiche possono essere portate. Non da soli, ma con Lui. Qui Gesù non sta dicendo: "ce la devi fare" ma "io sono con te! Impara a camminare con me, ad andare al mio passo, ad amare come me, e vedrai che la vita sarà più dolce e leggera". È la legge dell'amore che non opprime, ma orienta; che non schiaccia, ma sostiene. In questo senso, il ristoro promesso non è evasione dalla vita, ma riconciliazione con essa: la pace di chi finalmente smette di portare il mondo sulle proprie spalle e impara a camminare con Gesù. |