| Omelia (23-04-2026) |
| Missionari della Via |
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Gesù afferma che la venuta a Lui non è un'opera dell'uomo, ma un dono del Padre che attira ogni persona verso di Lui. Questa attrazione è espressione dell'amore di Dio; chi viene alla fede è perché, consapevole o meno, si è lasciato attirare da Lui. Ciò evidenzia che la fede è un dono divino, non il risultato di mero convincimento o di uno sforzo umano. È Dio che ci attira. Questo fa riflettere in due direzioni: in primis guardando alla nostra interiorità. Mi lascio attrarre dal Signore? O spesso oppongo resistenza? Il Padre attira tutti, ma la nostra risposta è necessaria: la grazia e la libertà si incontrano in un binomio che costituisce la storia della salvezza, poiché la redenzione non è né automatica né semplice destino, ma adesione al dono di Dio. Ad esempio, farà bene chiedersi: quando avverto il desiderio di custodire il tempo della preghiera, di coltivare una maggiore spiritualità, di incamminarmi per crescere e formarmi meglio, di uscire per andare incontro a qualcuno, che faccio? Poi la parola di oggi ci fa riflettere sul nostro rapporto con gli altri in merito alla trasmissione della fede. Tante volte pensiamo che trasmettere la fede significhi trasmettere nozioni; oppure convincere, arrivando a essere eccessivi e fastidiosi. La parola di oggi, invece, ci invita a collaborare con Dio per attirare a Lui. E in primo luogo significa, in semplicità, vivere la nostra fede secondo l'amore. Si tratta di favorire l'incontro con Lui non di forzarlo. Si tratta di aiutare le persone rimuovendo gli ostacoli e proponendo percorsi, non obbligandoli. Nessuno può forzare la fede, che rimane un dono che si accoglie con umiltà e nella libertà. Questo riguarda anche il modo di operare nella Chiesa, sia nell'ambito dell'esercizio dell'autorità sia nell'ambito della pastorale. Purtroppo una modalità ancora diffusa è quella dell'imposizione; alla sfida relazionale e alla fatica del cammino condiviso si preferisce l'autoritarismo; anziché accogliere la lentezza dei processi favorendo percorsi di crescita si preferisce dettare duramente tempi e modi, senza ascoltare sul serio. Magari "si fa la parte dei sinodali" ma poi si vive all'insegna del "qui comando io" e "del so tutto io", senza ascoltare niente e nessuno se non se stessi. La parola di oggi, invece, chiede ascolto, chiede profondità, chiede discernimento; nessuno è padrone della fede degli altri, ma siamo tutti corresponsabili, chiamati ad essere, come disse san Paolo: «collaboratori della vostra gioia» (2Cor 1,24). Che il Signore ci aiuti ad esserlo e diventarlo a tutti i livelli e in tutte le relazioni, da quelle familiari a quelle amicali sino a quelle pastorali. «Quando mio padre alla sera veniva a far pregare noi bambini, che ci tiravamo i cuscini come tutti i bambini, lui non entrava sbraitando: «Dovete pregare!». Pregava lui, si metteva in ginocchio e cominciava «Padre nostro...». Potevamo avere tre anni o sei, ma questa immagine ce l'ho stampata in testa, perché io che stimavo così tanto mio papà, quando lo vedevo inginocchiarsi, mi chiedevo chi fosse così grande da meritarsi mio padre in ginocchio [...] Perché i giovani rimangano in piedi, ci sono genitori che devono capire l'importanza di mettersi in ginocchio, di far entrare Gesù nella propria famiglia, e con Gesù devono entrare anche i valori del Vangelo nelle scelte di tutti i giorni. Poi i figli fanno il loro mestiere, cioè guardano, scelgono, decidono, rischiano. Per educare servono poche parole e tanti fatti» (Franco Nembrini). |