| Omelia (21-04-2026) |
| Missionari della Via |
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L'ultima frase di Gesù suona come incomprensibile se ci si ferma ad un aspetto meramente biologico. Chiaramente, Gesù rimanda ad una dimensione più profonda. Infatti, per dirla in modo semplice, se è vero che abbiamo fame di cibo, è altresì vero che abbiamo fame di sapere, di senso; al contempo, abbiamo fame di amore; fame di una vita che sia eterna; fame di una pace che da soli non riusciamo a darci. Insomma, a ben vedere, siamo come i cuccioli degli uccellini che hanno fame, ma tanta fame. E come gli uccellini, questa fame ci spinge ad alzare la testolina verso l'alto. Per quanto cerchiamo di saziarla con le cose della terra, questa fame non si sazia, non si placa. Abbiamo bisogno che qualcuno, dall'alto, ci nutra. Ecco, il Signore Gesù si propone come cibo della vita, come il solo capace di saziare questa fame di infinito, perciò arriva a farsi concretamente cibo nel Sacramento dell'Eucaristia: per esprimere quel nutrimento che dà ed è la comunione con Lui. Si tratta di qualcosa di spiegabile ma che per essere sperimentato necessita del cammino di fede. È come nel caso di una ricetta: non basta che uno mi spieghi come si cucina una pietanza; non basta che io spieghi che sapore ha e il senso di sazietà che dà. Occorre nutrirsi. Così è con il Signore. Si tratta di qualcosa che si sperimenta vivendo la relazione con Lui, dunque pregando, meditando la parola, camminando nella Chiesa. Qual è la chiamata che oggi ci rivolge il Signore? Non cercare "cibi surrogati"; non andare dietro ciò che non sazia; non cercare di placare i nostri vuoti con relazioni malate o con beni passeggeri ma cercare Lui. Più lo cerchiamo, più pacificati diventiamo; meno lo cerchiamo, più ci butteremo su altro, sperimentando una verità profonda: nulla sazia all'infuori di Dio. Semplicemente perché siamo fatti da Dio e per Dio, e solo Dio sazia. «Il pane di cui Gesù parla è proprio lui stesso, la sua persona. Il suo corpo, che è il pane che discende dal cielo, è l'unico che può saziare veramente l'uomo. La fame profonda di verità, di amore, di pienezza che l'uomo porta in sé, non può essere colmata da nulla di creato, ma solo dal dono stesso di Dio» (papa Benedetto XVI). «Quante volte proiettiamo addosso a Dio le nostre paure, le nostre insicurezze, i nostri fantasmi! Dio, allora, diventa un mostro esigente che pretende dalle sue creature obbedienza cieca. E la nostra vita si trasforma in un'ansiosa prova di abilità, un continuo processo, una prova d'esame. Non è così! Dio non è l'annoiato dispensatore di prodigi, né il potente da convincere, ma un tenerissimo padre che vuole per noi, suoi figli, la pienezza della felicità che egli solo può indicare. Se è così, allora, io e Dio abbiamo molte cose in comune. Principalmente il profondo e radicato bisogno di pienezza. Ma io, se sono onesto, devo ammettere di non sapere veramente cosa mi dia felicità. Dio, invece, sì. Sappiamo da chi andare se vogliamo saziare la nostra fame interiore. Il risorto vuole manifestarci la strada che ci porta verso Dio. Seguiamola con fiducia» (Paolo Curtaz). |